Progetto Parco Urbano di Scultura - Pesaro

Premesse

Nel 2021 ricorrerà il cinquantesimo della storica mostra di Arnaldo Pomodoro a Pesaro, “Sculture in città”, che rappresenta una pietra miliare nel dibattito critico rispetto al tema dell’arte nello spazio pubblico, che, mosso negli anni ’60 a partire dall’esperienza spoletina, si struttura e sviluppa proprio nel decennio successivo. Anche grazie a questo evento, che ha animato il nostro territorio, le amministrazioni succedutesi a Pesaro hanno poi rivolto una particolare attenzione al tema dell’arte pubblica, arricchendo negli anni la città con un grande numero di sculture di cui la Sfera Grande (1971) di A. Pomodoro è la prima collocazione. Con il susseguirsi degli interventi, Pesaro assunse una nuova fisionomia e gli operatori interessati si fecero portatori di un nuovo modo di lavorare per lo spazio urbano, con scambi interdisciplinari tra equipe caratterizzate da diversi profili professionali. Questa modalità operativa ha promosso una notevole partecipazione cittadina alla vita politica ed ha trovato sponde e rispondenze, ma a livello nazionale, nelle azioni culturali di diversi protagonisti di rilievo, primi fra tutti i critici militanti quali Giovanni Carandente, Enrico Crispolti e l’artista Francesco Somaini. Tuttavia nelle ricostruzioni storiche recenti di questo processo creativo-formale e di impegno civico e sociale, un’esperienza come quella pesarese del 1976 - anno in cui fu indetto un bando e nominata una commissione per la collocazione di opere monumentali nella città - non viene menzionata, nonostante sia, di fatto, la prima esperienza di un collocamento multiplo di opere eseguita sulle tracce teoriche presenti nel testo “Urgenza nella città” (1972) di Crispolti.  A Pesaro, esistevano già antecedenti autorevoli a questo cambio di rotta della ricerca artistica, ma gli anni ‘70 cesellano un’ossatura teorica maggiormente consapevole e rendono gli artisti di rilievo nazionale forti di una nuova identità. La mostra “Sculture nella Città”, il cui tema centrale dell’uso sociale dell’arte era stato introdotto da Guido Ballo, ha di fatto aperto la strada all’esperienza del 1976, realizzata anche grazie al desiderio di innovazione di artisti e personalità locali che avevano vissuto le esperienze espositive del 1973 (Toscana), 1974 ( Marche/Fano) e del 1976 (Umbria) ideate e/o presentate da Crispolti. Ed è proprio nella presentazione della mostra collettiva “Sculture nella città”, voluta dall’amministrazione fanese, che Enrico Crispolti pone la differenza concettuale e metodologica tra opera collocata all’aperto ed opera progettata per lo spazio urbano attraverso i processi partecipativi di una variegata collettività.
Diventa dunque doveroso, prendendo a pretesto il cinquantesimo anno dalla mostra di Arnaldo Pomodoro, provare a costruire un percorso strutturato e compartecipato di carattere divulgativo e culturale in modo da ricollocare la città in un dibattito nazionale sull’Arte nello spazio urbano proprio mentre l’amministrazione, già su altri canali, muove ad una forte riconoscimento: quello di Capitale europea della Cultura.
La creazione del Parco Sculture di Pesaro si pone nell’ottica di questo importante traguardo che la città si è dato per il 2033.

Finalità

Con il Progetto Parco Urbano Scultura di Pesaro l’Associazione Culturale Archivio Loreno Sguanci intende definire all’interno della dimensione urbana un Parco Sculture diffuso che leghi in un unicum concettuale e territoriale le opere ad impatto urbano ivi presenti.

Obiettivi

Gli obiettivi del Progetto Parco Urbano Sculture - Pesaro sono:

  1. ricollocare storicamente il ruolo della città nel panorama delle esperienze artistiche che hanno rivoluzionato l’estetica, la fruizione ed il senso dell’arte nello spazio urbano a partire dagli anni ’60;
  2. censire e catalogare le opere presenti nella città a partire dagli anni ’60 ad oggi;
  3. ricostruire i percorsi progettuali delle opere realizzate;
  4. divulgare il valore di un patrimonio pubblico tutt’ora poco conosciuto;
  5. recuperare le opere d’arte compromesse e necessitanti di restauro;
  6. creare eventi di formazione e divulgazione sulle opere ed i loro autori;
  7. recuperare i progetti di opere mai realizzate, ma depositati presso gli uffici comunali, se contestualmente rilevanti sotto il profilo artistico e per la ricostruzione storica degli eventi relativi agli anni ‘70;
  8. creare una rete territoriale di soggetti pubblici e privati per stimolare il dibattito civico e sensibilizzare la cittadinanza sul valore e la conservazione delle sculture presenti nel territorio;
  9. creare strumenti utili alla divulgazione culturale e alla fruizione da parte del pubblico;

Costituzione del patrimonio cittadino individuato: le opere

Le opere rilevanti (nate da una condivisione comunitaria) individuate dall’Archivio Loreno Sguanci da inserire nel Parco Sculture sono:

Giorgio Bompadre, Dove nasce l’Arcobaleno, 1995, via Mario del Monaco


Nino Caruso, Monumento alla Resistenza, 1964, viale del Risorgimento e viale XXIV Maggio


Ettore Colla, Saturno - 1973, giardini Biblioteca San Giovanni

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“Saturno”

Pesaro – collocazione originaria Piazza Toschi Mosca.
Successiva “Saturno” collocazione giardini della Biblioteca Comunale S. Giovanni.
Attualmente collocata nel deposito del Comune di Pesaro

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Ettore Colla

Denominazione

“Saturno”

Dimensioni

H 300 cm x L 400 cm x 200 cm (circa)

Luogo di collocazione

Pesaro proprietà della Pubblica Amministrazione.
Collocazione originaria Piazza Toschi Mosca.
Successiva collocazione giardini della Biblioteca Comunale S. Giovanni.
Attualmente collocata nel deposito del Comune di Pesaro

Materiale

Ferro brunato

Soggetto

Raffigurazione geometrico - simbolica di un moto ininterrotto con suggestioni cosmiche

STORIA: La grande esposizione di Spoleto del 1962, “Sculture nella città”, curata dal critico d’arte G. Carandente, fu un evento estremamente importante che portò l’attenzione sulla città e sulla sua capacità di essere, contemporaneamente, luogo ricco di memorie e di storia e spazio accogliente in cui elementi e segni appartenenti a tempi diversi possono intessere inconsueti e nuovi dialoghi. Pesaro fu, nei primi anni settanta, luogo di queste iniziative che, promosse da una locale galleria, usufruirono di un apporto indiretto da parte dell’Amministrazione. Le manifestazioni artistiche presentarono nello spazio urbano, e per tre anni consecutivi dal 1971 al 1973, le opere monumentali degli scultori Arnaldo Pomodoro, Mario Ceroli ed Ettore Colla. Gli eventi videro una viva partecipazione da parte di tutta la cittadinanza, consentirono di prendere consapevolezza di alcune tra le più importanti ricerche artistiche del ‘900 e soprattutto permisero di sperimentare direttamente come ogni volta un solo artista con le sue opere riuscisse a coinvolgere in modo esaltante i luoghi della città senza che quest’ultimi perdessero mai la loro fisionomia e la loro valenza di testimonianza. E’opportuno inoltre ricordare che questi eventi fornirono l’occasione per l’acquisizione delle prime grandi opere da collocare permanentemente all’interno del tessuto urbano, che, anche per l’interesse ottenuto, aprirono ad una riflessione più articolata sulle problematiche legate al dialogo fra arte e spazio pubblico e conseguentemente sulla necessità di riallacciare un rapporto aperto e continuativo con l’Amministrazione pubblica
FUNZIONE DELL’OPERA: l’opera “Saturno” instaura un dialogo nuovo, provocatorio quanto inconsueto con gli elementi e le antiche memorie dello spazio in cui viene collocata. Infatti come afferma il critico G. Carandente tutta la produzione di Ettore Colla non ha come fine quello di ingannare l’occhio ma di affrontarlo e superarlo poiché “è ingannata l’esperienza, la nozione abituale di macchina come congegno dinamico, o anche di scultura mobile come rappresentazione del dinamismo stesso, dello spazio pratico, esistenziale, vissuto. Abbiamo così la cosa (la macchina o il congegno) superata dalla memoria della sua funzione, alienata dalla funzione che di essa ci ha dato l’esperienza, ed è appunto questa la finalità (distacco dell’oggetto dal suo contesto logico e abituale) cui concorrono nella pittura metafisica e surrealista di discendenza metafisica, la fissità, il trompe-l’oeil, le associazioni illogiche e sorprendenti”.
DESCRIZIONE: l’opera, realizzata in ferro brunato ha dimensioni monumentali che le consentono di rapportarsi e di dialogare con lo spazio aperto. Originariamente era stata collocata nella Piazzetta Toschi - Mosca e posta su un basamento di cemento armato di poco rialzato dalla pavimentazione stradale, poi spostata nei giardini della Biblioteca comunale S. Giovanni è ora collocata nel deposito del comune. La struttura dell’opera è costituita dall’articolazione e dalla rotazione delle forme geometriche semplici attorno ad un’asta lunga e sottile che, attraversando in diagonale lo spazio, si staglia verso l’alto trasformandosi in una suggestiva direttrice di un moto lineare e continuo. L’asta alla base si infila all’interno di un cerchio metallico quasi ne fosse l’asse di rotazione. Il moto rotatorio che si origina è reso più complesso e articolato dalle due superfici spezzate della forma ovoidale contenute nel cerchio che con il loro ritmo sospeso paiono esercitare una forza di attrazione che mantiene in equilibrio l’asse diagonale. Intorno al perno centrale tutto sembra ruotare con moto proprio, un moto meccanico lento e costante, inarrestabile che si avverte privo di attriti e di ogni possibile rumore. Sulla superficie non sono presenti giochi chiaroscurali e la luce, assorbita dalla materia e dal suo colore bruno opaco, si diffonde uniforme sulle superfici.COMPOSIZIONE: l’opera “Saturno” è formata dall’assemblaggio di grandi elementi geometrici in ferro brunato, il cerchio alla base contiene al suo interno una forma ovoidale spezzata e attraversata da una lunga asta che si staglia verso l’alto. La composizione, escluso il cerchio alla base, è iscrivibile all’interno di uno schema triangolare che forma a terra un angolo di 90 gradi.
BIOGRAFIA: Ettore Colla (Parma 1899 – Roma 1968) compie gli studi presso l’Accademia delle belle Arti di Parma e subito dopo inizia la sua attività di scultore a Parigi. Viaggia molto per l’Europa entrando in contatto con varie personalità del mondo artistico tra cui Brancusi e Moore.
Dal 1926 Ettore Colla risiede a Roma e fra il 1942 e il 1946 si dedica alla pittura. Nel 1947 riprende la scultura orientandosi verso un libero astrattismo. Nel 1949 con Ballocco, Burri, Capogrossi forma il “Gruppo Origine” e da vita alla “Fondazione Origine” che nel 1951 dispone di una galleria a Roma che diventa un centro informativo di valorizzazione e di idee intorno al quale si raccolgono le energie più vive dell’arte- non figurativa come, ad esempio, Matta, Prampolini, Mannucci, Conte, Perilli e molti giovani. Nel 1952 fonda la rivista “ Arti Visive” dedicata all’approfondimento dei nuovi problemi dell’arte ed è in questo clima che, tra il 1953 e il 1954, si afferma l’ultima esperienza plastica di Ettore Colla per la cui comprensione risulta importante l’articolo del 1957 pubblicato su “Civiltà delle macchine” considerato una vera e propria dichiarazione poetica in cui l’artista tra l’altro dice “ Il mio primo incontro con i rottami di ferro è avvenuto quasi subito dopo la guerra, nei luoghi dove si è combattuto e nei centri dove si raccoglieva e si ammassava tutto ciò che il conflitto aveva potuto scheletrire e frantumare. Mi sono così trovato di fronte al drammatico e fascinoso spettacolo dei materiali dilaniati, aggrovigliati, contorti nelle più strane forme e alla presenza di una realtà sconosciuta...”.
BIBLIOGRAFIA:
Catalogo Bolaffi d’Arte contemporanea 1964 Ed. Bolaffi Torino.
Cronovideografia - Pesaro tra provincia e mondo 1945 – 1980 Ed. Franco Cosimo Panini.
Enciclopedia universale della pittura moderna vol. 2 Ed. SEDA. Ettore Colla Opere 1950-1968
Ed. SKIRA. “Colla Scultore” 1963 Catalogo Galleria Toninelli Milano.

Scheda a cura di Prof.ssa Mariastella Sguanci


Pietro Consagra, Grande Sottilissima, 1995,Piazzale Matteotti

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"Grande sottilissima n. 4"

Pesaro, piazzale Matteotti

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Pietro Consagra

Denominazione

“Grande sottilissima n. 4”

Datazione

1995

Dimensioni

H cm 400; L cm 330; P cm 2(circa)

Luogo di collocazione

Pesaro, piazzale Matteotti

Materiale

Ferro

Soggetto

Grande scultura frontale, sottilissima, traforata con motivi astratti per evocare nello spazio urbano l’idea di varchi dalle forme primigenie, sintesi grafiche in rapporto diretto con la percezione dell’osservatore

STORIA: L’idea delle “Sottilissime” si affacciò nella poetica di Pietro Consagra come conseguenza dei lavori piatti e quasi privi di profondità, caratterizzati da una visione frontale e diretta, risalenti agli anni 1950 e 1960: i “Colloqui”, i “Giardini”, i “Ferri trasparenti”. I “Colloqui” in particolare sono opere sottili, vicinissime alla bidimensionalità, che si offrono all’osservatore da un punto di vista unico anziché a tutto tondo, ponendosi in relazione sia con lui che con lo spazio circostante l’opera, in antitesi rispetto alla scultura tridimensionale, che l’artista considerava retorica e autoritaria. Il passo verso le “Sottilissime” fu compiuto fra il 1967 e il 1969, quando Consagra soggiornò negli Stati Uniti. Le opere di quegli anni vennero realizzate su fogli d’acciaio sottili come carta, costellati da trame di forme geometriche e segni intagliati per creare effetti di trasparenza, assenza, incorporeità. Le “Grandi sottilissime” sono l’ipostasi urbana di quei fogli dallo spessore di due decimi di millimetro, amplificata in un’espressione poderosa della presenza-assenza, del concetto di frontalità. Attraverso quelle gigantesche strutture quasi bidimensionali, veri e propri diaframmi di metallo, Consagra evocava nello spazio urbano portali dalle forme protoplasmatiche, sospesi fra l’essere e il non essere, varchi aperti sul confine fra materia e anima che, nella percezione dell’osservatore hanno facoltà di rapportarsi allo spazio e al tempo delle città. Il 17 dicembre 1994, nell’àmbito del ciclo di esposizioni “Occasioni di scultura”, organizzato dall’Assessorato alla cultura del Comune di Pesaro, due grandi sculture in ferro di Pietro Consagra (4 metri di altezza per 3,5 metri di larghezza) vennero collocate in piazza del Popolo, dove restarono esposte fino al 14 febbraio 1995. L’artista le aveva realizzate presso la carpenteria meccanica Storoni di Santa Maria delle Fabbrecce, a pochi chilometri dalla città. Una delle due opere, intitolata “Grande sottilissima n. 4”, fu donata da Consagra al Comune di Pesaro. “Con l’esposizione di due opere di Consagra,” spiegò in un’intervista Loreno Sguanci, Assessore alla cultura del Comune di Pesaro, “termina l’iniziativa denominata ‘Occasioni di scultura’, che ha avuto lo scopo di presentare e documentare il lavoro di alcuni degli artisti italiani della seconda metà del nostro secolo, fondamentali nella prospettiva di quella che può essere indicata come ‘Linea astratta’. Si tratta di un àmbito di ricerca forse meno familiare per la comprensione comune, perché non utilizza la nozione di figura”. Terminato il ciclo di esposizioni, la scultura di Consagra venne collocata in piazza Del Monte, in un contesto piccolo e raccolto che ne esaltava le dimensioni. Nel mese di novembre del 2010 è stata trasferita nel sito attuale, in piazza Matteotti, a cura del Rotary Club (progetto dell’ingegnere Carlo Ripanti, in collaborazione con l’architetto Roberta Martufi; lavoro eseguito sotto la direzione del geometra Costanzo Perlini). Attualmente la “Grande sottilissima n. 4” si presenta evidentemente ossidata in superficie e sono da ritenersi urgenti interventi di ripristino e conservazione.

FUNZIONE DELL’OPERA: Nel 1994 Pietro Consagra aderì con entusiasmo all’iniziativa “Occasioni di scultura” organizzata dall’Assessorato alla cultura del Comune di Pesaro. Il progetto, fortemente voluto dall’artista Loreno Sguanci, al tempo Assessore alla cultura, si prefiggeva di offrire alla fruizione quotidiana della cittadinanza di Pesaro e dei visitatori alcune opere astratte della seconda metà del XX secolo, realizzate da tre maestri di notorietà internazionale: Mirko Basaldella, Nino Franchina e, appunto, Pietro Consagra. Consagra partecipò con due sculture frontali e ne donò una alla città che lo ospitava: la “Grande sottilissima n. 4”. Invitando il pubblico a relazionarsi in modo diretto con l’opera inserita nello spazio urbano, l’artista intendeva celebrare uno spazio “mobile, provvisorio, trasparente, paradossale, sfuggente alle strutture eternali di Potere, disponibile alla mutabilità delle scelte” (“La città frontale”, De Donato, Bari 1969, p. 17). Un’arte ispirata a ideali di democrazia e uguaglianza, in antitesi all’autoritarismo che spesso caratterizzava, secondo Consagra, la tridimensionalità scultorea.
DESCRIZIONE E COMPOSIZIONE:La scultura “Grande sottilissima n. 4” è un’espressione imponente del concetto di frontalità, che produce nell’osservatore un rapporto confidente e immediato con l’opera, vicina all’umano in virtù del suo linguaggio sintetico, scarno, astratto (e quindi privo di riferimenti storici o simbolici), bidimensionale come quello di un dipinto. L’opera fu presentata al pubblico il 17 dicembre 1994, giorno dell’inaugurazione della mostra “Consagra per Pesaro”, nella saletta del teatro sperimentale, in presenza del maestro. Nell’occasione il professor Enrico Crispolti illustrò l’opera dell’artista. Riguardo alla bidimensionalità delle opere esposte in piazza del Popolo, spiegò ai numerosi intervenuti che “la frontalità implica una rinuncia all’invasione e comunque al dibattito spaziale, ma suggerisce anche un modo di proposizione in presenza di immagine che induce all’astanza, quasi alla possibilità di una godibile apparizione, e forse rivelazione, misteriosa”. Come rilevò Loreno Sguanci attraverso un intervento su un quotidiano, nel rapporto frontale tra osservatore e opera vi è sempre un aspetto rilevante di provocazione: “L’arte è provocazione sempre: è quella di Consagra, quella di Colla, come quella del Caravaggio e di tutti i veri artisti”. Realizzata con il ferro donato dalla ditta Arturo Mancini di Pesaro, presso la locale carpenteria Storoni, la scultura ha un’altezza di 400 centimetri, per una larghezza di 330 e una profondità di soli due centimetri; sulla sua superficie si aprono 56 feritoie.
BIOGRAFIA: Pietro Consagra nacque a Mazara del Vallo (Trapani) nel 1920. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Nel 1944 si trasferì a Roma, subito dopo la liberazione della capitale, dove conobbe Renato Guttuso, Mario Mafai e Giulio Turcato. Nel dicembre 1946 si recò a Parigi. Nell’occasione visitò importanti atelier, fra cui quelli di di Constantin Brâncuși e Alberto Giacometti. Tornato a Roma, nel 1947 fu tra i fondatori del gruppo astrattista Forma 1 (1947), i cui esponenti rivendicavano, nel Manifesto formalista da loro elaborato e firmato, il diritto di essere “formalisti e marxisti, convinti che i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili”. Gli altri membri del gruppo erano Mino Guerrini, Carla Accardi, Giulio Turcato, Achille Perilli, Piero Dorazio, Ugo Attardi e Antonio Sanfilippo. Ancora nel 1947 fu tra gli organizzatori della prima mostra d'arte astratta, all'Art Club di Roma, e tenne la sua prima personale alla Galleria Mola. Nel bollettino dell’Art Club di dicembre 1947 – gennaio 1948, Enrico Prampolini scrisse che “lo scultore Consagra nella grande composizione verticale è l’unico, tra i suoi colleghi, che abbia raggiunto un’autonomia d’espressione integralmente astratta”. Nel 1949 partecipò alla mostra di scultura contemporanea, curata da Giuseppe Marchiori, nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, con Hans Arp, Constantin Brâncuși e Anton Pevsner. In quegli anni Consagra si liberò progressivamente dalla tridimensionalità, in cui identificava aspetti autoritari, per abbracciare la dimensione frontale dell'arte, democratica e capace di porsi a tu per tu con l'osservatore: “Più della scultura per me era primaria l’uscita dal centro: l’ubicazione come significato. Introducendo l’ubicazione come elemento plastico, potevo osservare la scultura in modo che altrimenti non si sarebbe rivelata”. Fra gli anni 1950 e i primi 1960, con la serie dei “Colloqui” (affiancata da quelle dei “Giardini” e dei “Ferri trasparenti”), l'artista approfondì il suo progetto di una scultura capace di dare vita a relazioni dirette tanto con il singolo osservatore che con la società. Sono opere formate da sottili elementi perforati e sovrapposti, che sembrano dialogare fra di loro; nella loro unità propongono sempre una fruizione frontale, con le forme piatte e bidimensionali che attraggono l'attenzione sulla superficie, anche quando vi è una sovrapposizione di piani, e sui varchi, sui segni non simbolici che la costellano, suggerendo libere associazioni alla mente dello spettatore. Spettatore che diventa parte attiva, sintonizzandosi con la vitalità dell'opera nello spazio. Consagra partecipò più volte alla Biennale di Venezia e pubblicò testi e articoli critici, fra i quali i libri “Necessità della scultura” (Roma 1952) e “L’agguato” (Roma 1960). Nel 1962 l'artista partecipò con due opere in acciaio all'evento destinato a rinnovare l'interesse del pubblico, della critica e delle istituzioni verso la scultura. Era l’iniziativa “Sculture nella città”, organizzata da Giovanni Carandente nell'ambito del V Festival dei Due Mondi a Spoleto. Nel 1964 Consagra conobbe la scrittrice e critica d'arte femminista Carla Lonzi, che diventa la sua compagna, in un rapporto che durerà fino alla morte della donna, sopravvenuta nel 1982. “La città frontale” (Bari, 1969), è il pamphlet con cui Consagra presentò il suo progetto utopico per un urbanismo positivamente relazionato all'essere umano, in una società sempre più veloce e disattenta alle esigenze delle persone: “La città frontale è possibile, può nascere oggi e dovrebbe già essere impiantata: non è una città del futuro. Non vorremmo più stare dentro dei cubi, non vorremmo che ci proponessero di abitare dentro sfere e tubi”. Nel 1978 Pietro Consagra promosse la Carta di Matera, un documento per la salvaguardia dei centri storici e delle attività agricole tradizionali. Per quel progetto realizzò gli undici “Ferri bifrontali” di Matera, posizionati nei Sassi e in altri punti del centro storico. Il Comune di Matera gli conferì, in seguito al grande interesse suscitato dall'iniziativa e ai benefici prodotti sul territorio, la cittadinanza onoraria. Nel 1980 il maestro scrisse l’autobiografia Vita mia. Nel 1981, per la ricostruzione post sisma di Gibellina, nel Belice, realizzò la “Stella di ingresso al Belice”, alta 24 metri, in acciaio inox. Nel 1982 l’imprenditore e mecenate Antonio Presti gli commissionò la realizzazione della scultura “La materia poteva non esserci”, nella fiumara del Tusa; era la prima delle opere che costituiscono il parco di sculture Fiumara d’arte. Nel 1995 espose due grandi opere frontali in ferro fresato a Pesaro, nel contesto del ciclo “Occasioni di scultura”. Consagra donò l’opera “Grande sottilissima n. 4” alla città. Nel 1997 il suo monumento “Giano nel cuore di Roma”, formato da quattro stele in marmo botticino fissate a un basamento, venne installato presso le antiche mura serviane, in largo di Santa Susanna. L’artista donò l’opera alla città. Nel 2001 Pietro Consagra ricevette dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte. L’artista ebbe anche un’importante attività di incisore. Morì a Milano, città in cui si era trasferito nel 1995, il 16 luglio 2005, all’età di 85 anni. È sepolto, come da sua volontà, nel cimitero di Gibellina.
BIBLIOGRAFIA:
- “Pietro Consagra - Necessità del colore” (catalogo, Verona), a cura di Luca Massimo Barbero - Gabriella Di Milia, Milano 2007 (con testi di Fabrizio D’Amico, Abraham Marie Hammacher, Paolo Marini, Giovanni Carandente, Francesco Tedeschi, Licisco Magagnato, Francesca Pola, Rosemary Ramsey, Lia Durante, Laura Lorenzoni)
- “Consagra che scrive: scritti teorici e polemici 1947/89”, Milano 1989
- Pietro Consagra, “Vita mia”, Milano 1980
- Umbro Apollonio, “Consagra”, Roma 1956
- Lionello Venturi, “Sculptures frontales de Consagra”, in “XX Siècle”, dic. 1959, n.13, pp. 58 s.
- “Legni di Consagra” (catalogo), Roma 1961
- Giulio Carlo Argan, “Pietro Consagra”, Neuchâutel 1962
- “Pietro Consagra” (catalogo), testo di Sam Hunter, Boston 1963
- “Consagra - Ferri trasparenti 1966” (catalogo), testo di Maurizio Calvesi, Roma 1966
- “Consagra” (catalogo), testo di Carla Lonzi, Milano 1967
- Pietro Consagra, “La città frontale, Bari, 1969
- “Mostra di Pietro Consagra” (catalogo), a cura di Giovanni Carandente, Palermo 1973
- Marisa Volpi Orlandini, “Consagra”, Milano 1977
- “Pietro Consagra: sculture 1976/77” (catalogo), a cura di Giovanni Carandente - Licisco Magagnato, Verona 1977
- Giuseppe Appella, “Pietro Consagra: opera grafica”, Milano 1977
- “Consagra a Matera” (catalogo), a cura di Giuseppe Appella, Milano 1978
- Giuseppe Appella, “Colloquio con Consagra. La magia della materia”, Roma 1981
- “Consagra. Mostra antologica” (catalogo, Rimini), a cura di Guido Ballo, Ravenna 1981
- “Pietro Consagra. La Città frontale e Interferenze 1968-1985” (catalogo), testi di Giovanni Carandente - Pietro Consagra, Roma 1985
- “Pietro Consagra” (catalogo), a cura di Anna Imponente - Rosella Siligato, Roma 1989
- Gabriella Di Milia, “Consagra: the drawings for the sculptures”, Milano-Londra 1995
- “Pietro Consagra. Diario frontale” (catalogo), Milano 1995
- “Pietro Consagra. Scultura e architettura” (catalogo), a cura di Giovanni Maria Accame - Gabriella Di Milia, Milano 1996
- “Pietro Consagra. La città frontale” (catalogo, Darmstadt), a cura di Klaus Wolbert, Milano 1997
- “Forma 1 e i suoi artisti 1947-1997” (catalogo, Praga-Roma), a cura di Giovanna Bonasegale - S. Lux, Roma 1998
- “Pietro Consagra. Opere 1947-2000” (catalogo, Il Cairo), testi di Giovanni Carandente - Gabriella Di Milia, Milano 2001
- Carla Lonzi, “Autoritratto. Accardi, Alviani, Castellani, Consagra, Fabro, Fontana, Kounellis, Nigro, Paolini, Pascali, Rotella, Scarpitta, Turcato, Twombly”, Bari 1969.
- Carla Lonzi, “Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra”, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1980 Per la bibliografia completa si rimanda al sito dell’Archivio Pietro Consagra: pietroconsagra.org Fonte: Archivio Consagra di Milano.

Scheda a cura di Roberto Malini, scrittore e saggista
Crediti fotografici: Fabio Patronelli


Giovanni Gentiletti, Nel Vento del Mito, 2006, rotonda via Cecchi

Giovanni Gentiletti

“Nel vento del mito”

Pesaro, rotatoria di via A. Cecchi

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Giovanni Gentiletti

Denominazione

“Nel vento del mito”

Datazione

2002-2006

Dimensioni

H. 510 cm x L. 123 cm x 25 cm

Luogo di collocazione

Pesaro, nella grande rotatoria al termine di via A. Cecchi

Materiale

Rame

Soggetto

Rielaborazione simbolica di due alte vele che si incrociano in un duello di bolina

STORIA: L’opera “Nel vento del mito” è visibile da via Cecchi, via Canale e Calata Caio Duilio e rientrava nel piano predisposto dal Comune per migliorare la viabilità e abbellire le aree delle rotatorie con opere d’Arte. L’opera di Giovanni Gentiletti prende forma dal mito di Azzurra, l’unica barca italiana costruita a Pesaro per partecipare alla prestigiosa Coppa America nel 1983.
L’Italia per la prima volta affrontava l’impresa impossibile.
Il progetto della barca fu affidato allo studio Vallicelli di Roma, più complicato fu l’iter per la scelta del cantiere che avrebbe dovuto costruire una barca sofisticata e con tecnologie avanzatissime.
Fu scelto il fortunatissimo nome di Azzurra ed intorno a questo nome si riconobbero tutti gli italiani perché Azzurra rappresentava non solo una sfida sportiva ma anche lo sforzo di un Popolo, che con il lavoro e la fantasia aveva conquistato una posizione economica mondiale.
Concorreva anche il cantiere Yachts Officine PESARO ed era considerato il più tecnicamente evoluto nella costruzione di grandi yacht (oltre i 20 metri di lunghezza) anche se la concorrenza dei cantieri del Tirreno e della Liguria, rinomati e apprezzati, lasciava poche speranze.
Poi fu scelto il nostro cantiere, su parere favorevole dello lo skipper Cino Ricci perché già nel 1973 aveva fatto costruire una barca per una regata ed aveva conosciuto la qualità e la professionalità del cantiere pesarese.
Pensare che un Consorzio così prestigioso scegliesse un cantiere di Pesaro per partecipare ad una gara così esclusiva come la Coppa America era già per la nostra realtà motivo di profondo orgoglio e soddisfazione, al di là del risultato.
Allora Pesaro era all’avanguardia nella tecnologia della costruzione navale in Italia e per questo il Cantiere fu prescelto fra i pochi che offrivano la garanzia di lavorazione delle leghe leggere marine per consegnare a perfetta regola un progetto originale ed audace.
Azzurra doveva essere approntata in cinque mesi e così avvenne, in sintonia continua con l’Architetto Andrea Vallicelli.
Le caratteristiche della barca, dotata di tecnologie avanzatissime e costruita in alluminio, erano: lunghezza fuori tutto m. 19,40; larghezza m. 3,70; superficie velica m² 193,68; dislocamento kg 27000; altezza dell’albero m. 20.
Il varo di Azzurra, avvenne lunedì 19 Luglio 1982 nel bacino di espansione del Porto: la cronaca dell’epoca registrò la presenza di circa 15.000 persone stipate sui moli, sui tetti e sui balconi delle case.
L’Avvocato Giovanni Agnelli e il Principe Karim Aga Khan con la moglie Salima Begum, in rappresentanza del Consorzio Armatori dello Yacht Club Costa Smeralda, arrivarono a Pesaro in elicottero.
Era presente tutto il variegato mondo dei media, l’élite internazionale della nautica, il Ministro per il Turismo, Sport e Spettacolo Nicola Signorello, le Autorità, Italo Binucci, Marco Cobau e l’Avvocato Fioretti, proprietari del cantiere, Pietro Pasquini il capo delle maestranze con il fondatore del cantiere Torquato Gennari, Luca Cordero di Montezemolo, l’Onorevole Arnaldo Forlani, il Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini e soprattutto i pesaresi incuriositi, entusiasti ed increduli.
La signora Salima Begum tagliò il nastro, lo champagne bagnò la fiancata e poi lentamente Azzurra infilò la pesante chiglia in mare, poi le fiancate, e, al galleggiamento, si fermò.
Renato Nardelli in un suo testo pubblicato nel 2004 nel quale auspicava di riportare a Pesaro lo scafo di Azzurra, allora finita in un rimessaggio della Sardegna, ricordava il giorno del varo con l’urlo delle sirene ed il silenzio dell’immensa folla che immediatamente esplose in un lungo e frenetico applauso. Pesaro divenne protagonista di un evento singolare conclusosi con una splendida serata al Salone Metaurense della Prefettura. Era cominciata l’avventura italiana della vela.
Nell’occasione il Principe Agha Khan ebbe a dire: ”Affronteremo queste regate meravigliose ed affascinanti con l’umiltà degli ultimi arrivati, ma con la convinzione di essere degni di questo evento”.
Dopo un intenso periodo di allenamento che durò per tutto l’inverno-primavera 1983, l’Azzurra, unica barca italiana, si presentò a Newport con un equipaggio tutto italiano e prevalentemente composto da velisti adriatici al comando di Cino Ricci.
Fra i sette equipaggi che si presentarono per disputare la selezione, provenienti dai paesi di Francia, Inghilterra, Canada e Australia, Azzurra riuscì a piazzarsi al 3° posto dopo Australia II e Victory 83, fu un risultato eccezionale che pose d’autorità l’Italia nella scena internazionale della vela.
Questa grande impresa permise al cantiere pesarese di ricevere commesse da tutto il mondo e di costruire, prima della chiusura, ben 46 barche da diporto di notevole prestigio (una è rimasta a Pesaro, il Chica Boba II).

FUNZIONE DELL’OPERA: E’ certo che l’imbarcazione Azzurra contribuì nei pesaresi ad incrementare l’amore per il mare e la diffusione dello sport della vela, allora poco praticato.
Nel ricordo di tale avventura e per onorare questo evento, nel 2002, le Associazioni nautiche pesaresi Assonautica, A.N.M.I., Club Nautico, Circolo Velico Ardizio, Compagnia della Vela, Fratelli della Costa, Lega Navale, Panathlon Club, Società Canottieri) coordinate da Paolo Morsiani, proposero alla città di Pesaro una scultura in rame eseguita col cuore grande e la perizia di un suo artista, Giovanni Gentiletti.
L’Amministrazione Comunale, intuendo il significato espresso da Azzurra condivise l’idea delle Associazioni e diede piena disponibilità alla collocazione della scultura dal titolo “Nel vento del mito” nella grande rotatoria progettata al termine di via A. Cecchi sul porto ove Azzurra era stata costruita.
Dopo 4 anni di intenso lavoro l’opera venne inaugurata nel pomeriggio di sabato 28 Gennaio 2006 e presentata alla città nella sala Rossa del Comune. Il sindaco Luca Ceriscioli sottolineò che il nostro piccolo Porto era stato capace di fare cose grandi e che questa scultura ce lo avrebbe sempre ricordato.
Cino Ricci aggiunse che Azzurra e quindi la scultura che la ricorda, è il simbolo dell’operosità della cantieristica pesarese che ha prodotto numerose barche da diporto che hanno solcato i mari del mondo facendo la storia della vela.
Ancora oggi qualcuno è convinto che l’Italia abbia vinto la Coppa America, in realtà è stata una vittoria simbolica solo per la sua partecipazione alla regata e perché aveva sconfitto barche più blasonate.

DESCRIZIONE: La scultura in rame è una rielaborazione simbolica di due alte vele che si incrociano in un duello di bolina, quale emblema di un momento unico elettrizzante e magico di una gara, nello sfruttare le condizioni avverse che si frappongono alla boa al vento.
Il titolo dell’opera Nel vento del mito è stato suggerito allo scultore dai pensieri poetici dell’amico Franco Ampollini, versi che hanno ispirato e stimolato il suo lavoro tanto da decidere di imprimerli sulla lastra di rame con il suo tipico alfabeto, come se fosse un’iscrizione archeologica:

Un lampo d’Azzurra
nel mare di Newport
partito da un sogno
del porto canale…
Nel vento del mito
s’increspa il ricordo
che qui prende forma
e ritorna a strambare…

È l’unica scultura di Gentiletti in cui questi segni combinati in una scrittura non sono lasciati alla libera interpretazione ma hanno un significato autentico perché leggibile e compongono un testo scultoreo da interpretare in chiave metastorica.
Come scrisse il critico d’Arte Valeria Alberini, in una recensione per la Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, molti possono essere i significati sottintesi da quelle vele spiegate: parole di pace tra le due sponde dell’Adriatico, rimando al forte legame della città con il mare, ricordo degli antichi Piceni di Novilara, guerrieri e marinai.
Come non esisterebbe la Scultura senza il Mito perché esso richiama la Creatività, la capacità misteriosa di fare Arte, così non ci sarebbe stata questa opera senza l’impresa mitica di Azzurra e l’entusiasmo delle maestranze che per inseguire un sogno hanno costruito con estrema perizia la barca per la Coppa America. Lo storico Nando Cecini in un suo testo pubblicato dal Resto del Carlino il 25 Giugno 2020 scrisse riferendosi alla scultura di Gentiletti: -Sulle acque di una fontana si alzano due vele quasi due mani giunte. Lui, uomo di terra, ha consacrato al mare la sua ultima opera, nella quale come per un testamento spirituale, ha voluto raccogliere tutte le sue esperienze di scultore.
Un’opera sofferta, non solo la memoria di una grande avventura marittima come la barca Azzurra, ma quelle vele come due mani giunte, mi sembrano anche una preghiera per tutti i marinai che sono scomparsi-.

Queste le parole dello scultore sulla sua opera: -Dopo quasi quattro anni di lavoro, con l’installazione della mia opera “Nel vento del mito” si conclude finalmente per me questa bellissima e straordinaria avventura.
Ho cercato di interpretare la competizione di due barche a vela, ed evidenziare lo spirito dell’America’s Cup, gara mondiale nota nel mondo, dove l’imbarcazione Azzurra skipper Cino Ricci, timoniere Mauro Pelaschier a Newport nel 1983, ha segnato una tappa ed un evento gloriosi.
La realizzazione di questa scultura promossa e donata dalle Associazioni nautiche al Comune di Pesaro, mi ha segnato dentro, e subito, fin dall’inizio, ha avuto il significato per me di una orgogliosa personale sfida. Mi piace pensare che queste mie “Vele” possano diventare punto di riferimento e segno concreto benaugurante per la mia città.

COMPOSIZIONE: L’opera “Nel vento del mito” è posizionata al centro di una vasca circolare piena d’acqua. Le due vele in rame sono alte 510 cm, larghe 123 cm con uno spessore di circa 25 cm e ciascuna è infilata in una coppia di tubolari in acciaio per renderle stabili.
Dalla cima partono una serie di tiranti in acciaio fissati sul fondo vasca.

BIOGRAFIA: Giovanni Gentiletti è nato a Candelara, in provincia di Pesaro-Urbino, nel 1947. Ha compiuto gli studi artistici, diplomandosi all’Istituto Statale d’Arte F. Mengaroni di Pesaro, ha insegnato sbalzo e cesello nella sezione Arte dei Metalli e dell’Oreficeria dapprima ad Ancona e poi a Pesaro.
Dal 1990 al 2008 ha fatto parte del gruppo docente ai corsi del Centro TAM (Trattamento Artistico dei Metalli) di Pietrarubbia, ideato e diretto per alcuni anni da Arnaldo Pomodoro.
Ha esposto le sue opere in numerose mostre in varie località d’Italia, riscuotendo vasto successo di critica sia in patria sia all’estero.
Ha vinto numerosi premi di scultura e di arte orafa e molte sue realizzazioni sono state acquistate da prestigiose istituzioni pubbliche.
Nel gennaio 2006 ha installato nella rotatoria di via A. Cecchi, al porto di Pesaro, su incarico delle Associazioni nautiche cittadine e del Comune, l’opera “Nel vento del mito” di cinque metri di altezza: rappresenta due grandi “vele” in rame per ricordare Azzurra, la prima ed unica barca italiana a competere nell’America’s Cup a Newport nel 1983 e costruita nel Cantiere Yacht Officine di Pesaro.
Nel 2008 ha arredato la camera 122, “Racconti dal Mediterraneo”, per l’Alexander Museum Palace Hotel con un altarolo-forziere e una porta in rame e ferro, in comunione d’intenti con altri maestri, a ognuno dei quali era stato affidato il compito di realizzare una “camera d’autore”.
Nel gennaio 2010 la Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro ha acquistato, per la sua prestigiosa collezione d’Arte, l’“Altarolo-forziere dell’antico alfabeto” e per l’occasione ha esposto altre sculture dell’artista.
Giovanni Gentiletti è deceduto l’8 maggio dello stesso anno lasciando un grande vuoto nel mondo dell’Arte contemporanea.
Nel marzo 2012 la famiglia dello scultore ha donato alla Cattedrale di Pesaro il “Trittico-teca dei Santi Decenzio e Germano”, l’ultimo forziere appositamente realizzato dal maestro per contenere ciò che rimane delle spoglie dei due martiri pesaresi.
Dal 19 Luglio 2020, lo stesso giorno dello storico varo di Azzurra, felice coincidenza, l’officina-studio dello scultore a Santa Maria dell’Arzilla, ora casa-Museo Giovanni Gentiletti, è entrata a far parte del circuito di Pesaro Musei ed è aperta ai visitatori ogni terza domenica del mese.

BIBLIOGRAFIA su Giovanni Gentiletti: (Sono evidenziate in grigio le pubblicazioni sull’opera “Nel vento del mito” in cui compaiono gli scritti di Italo Binucci (tra i proprietari del cantiere) Renato Nardelli (Presidente Azienda di Soggiorno e APT di Pesaro) e Paolo Morsiani (Presidente Assonautica Provinciale))

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Documenti, testi e audio di proprietà della famiglia di Giovanni Gentiletti


Marcello Guasti, All’interno dell’Ovale, 1976, Viale Trieste

Marcello Guasti

“All’interno dell’ovale”

Pesaro, Viale Trieste

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Marcello Guasti

Denominazione

“All’interno dell’ovale”

Datazione

1976

Dimensioni

H. 300 cm x L. 210 cm x 100cm

Luogo di collocazione

Pesaro, Viale Trieste di proprietà della Pubblica Amministrazione

Materiale

Pietra di Trani e cemento

Soggetto

Rielaborazione geometrico-simbolica dello spazio e degli elementi storico - naturali che lo definiscono

STORIA: L’opera “All’interno dell’ovale”, dello scultore Marcello Guasti, è espressione di un più ampio percorso che ha origine dall’idea, affermatasi alla fine degli anni sessanta, di tornare a vivere la città come luogo di un nuovo e possibile dialogo fra arte e spazio pubblico. Un’idea che a Pesaro, rispettivamente nel 1971, ’72 e ‘73, ha condotto alla realizzazione di tre importanti eventi che, attraverso l’esposizione delle opere di M. Ceroli, A. Pomodoro e E. Colla, videro il coinvolgimento dello spazio urbano come spazio espositivo in cui realizzare dialoghi forti, inconsueti e suggestivi tra “segni” appartenenti a tempi lontani e comunicanti esperienze culturali ed esistenziali tra loro diverse. A questi eventi seguirono a livello nazionale la pubblicazione del libro “Urgenza nella città” di Francesco Somaini ed Enrico Crispolti e subito dopo l’iniziativa per lo spazio urbano, “Volterra 73”. A livello locale il rafforzarsi del rapporto tra Amministrazione Pubblica e operatori artistici condusse, nel 1975, alla definizione dell’iniziativa “la città come spazio operativo” che proponeva la realizzazione di opere plastiche nel e per lo spazio urbano, le opere, infatti, dovevano essere progettate per la zona mare della città ed in essa installate in modo definitivo. L’operazione nel suo complesso coinvolse, fin dall’inizio, il Comune, gli scultori, i cittadini e gli sponsor e nelle Circoscrizioni vennero realizzati incontri e dibattiti. All’iniziativa vennero chiamati i seguenti artisti: Giò Pomodoro, Marcello Guasti, Loreno Sguanci, Mauro Staccioli. Gli artisti invitati, provenienti da altre città, furono ospitati a Pesaro e svolsero il lavoro di progettazione degli interventi plastici tenendo conto dello spazio in cui dovevano essere inseriti e della rete relazionale che doveva essere generata tra queste nuove presenze, la collettività e la natura fisica ed evocativa del luogo preso in esame. L’attività artistica degli scultori fu resa fruibile in ogni sua fase e la cittadinanza ebbe la possibilità di seguire i diversi momenti di ideazione e progettazione di tutte le opere. Si ebbe così la possibilità di seguire il progetto di Mauro Staccioli, relativo ad un grande trave in cemento armato con una testa metallica puntata verso il mare che doveva essere installato a Baia Flaminia, di prendere visione delle singole fasi del progetto di Giò Pomodoro, comprendente la realizzazione di una piazzetta attraverso parti modulari una delle quali doveva contenere una scultura in marmo, nonché di assistere passo dopo passo alla realizzazione e alla collocazione in Viale Trieste dei segni monumentali di Loreno Sguanci ( “Porta a Mare”) e di Marcello Guasti (“All’interno dell’ovale”).
FUNZIONE DELL’OPERA: L’opera, “All’interno dell’ovale”, progettata e realizzata per l’iniziativa del 1975 “La città come spazio operativo”, si presenta come un elemento plastico che attraverso il nitore delle sue forme geometriche e il moto lineare della diagonale che l’attraversa, si pone all’interno dello spazio che l’accoglie quale elemento dialogante e segno comunicativo di un pensiero collettivo condiviso e partecipato legato al presente.
DESCRIZIONE: L’opera, situata in Viale Trieste (lato di ponente) è progettata per rimanere in equilibrio su una pedana leggermente rialzata da terra, un equilibrio alterato dalla diagonale che, partendo in modo saldo ma decentrato dalla trave orizzontale che la sostiene, taglia internamente l’ovale conferendo all’insieme un effetto dinamico lievemente oscillante. Nella struttura compositiva Il rigore delle forme geometriche trova il suo corrispettivo nel nitore delle modulazioni cromatiche e ciò genera un ritmo quieto e cadenzato che si rafforza là dove il bianco delle parti realizzate in pietra di Trani si incastrano nel grigio del cemento della forma ovale che le contiene. In tal modo la composizione formale si muove suggerendo con la sua articolazione razionale l’idea di un dinamismo naturale ininterrotto, mentre lo scatto cromatico provocato dalla pietra e dal cemento cattura l’attenzione dello spettatore spostandola verso il centro dell’opera incui è aperto un varco nella materia attraverso il quale è possibile intravvedere l’orizzonte del mare.
COMPOSIZIONE: La parte esterna che definisce l’ovale, determinando la base più ampia lievemente basculante e i due semiarchi superiori, è realizzata in cemento grigio non levigato ed è dall’asperità della superficie che la luce viene catturata, attutita e rimodulata attraverso un lieve, mobile e morbido gioco chiaroscurato. Le due travi, una orizzontale e una diagonale che tagliano l’opera, sono realizzate in pietra bianca di Trani e si incastrano l’una all’altra in modo decentrato rispetto alla composizione plastica suggerendo, con il loro duplice movimento lineare aperto verso direzioni spaziali opposte, molteplici e diverse possibilità esplorative dello spazio.
BIOGRAFIA: Marcello Guasti (Firenze 1924 - Bagno a Ripoli 2019) frequenta l’Istituto d’Arte di Porta Romana diplomandosi al Magistero di arti grafiche sotto la guida dei professori Pietro Parigi e Francesco Chiappelli ed è presso l’Istituto d’Arte che inizia ad insegnare sviluppando contemporaneamente la sua ricerca artistica. Ai tempi della sua frequenza all’Istituto ebbe modo di conoscere altri giovani promettenti che come lui studiavano presso la stessa scuola, ricordiamo, Loreno Sguanci, Giuliano Vangi, Liberto Perugi, Fernando Farulli e con alcuni di questi, come Loreno Sguanci, ha stretto un rapporto di stima e di amicizia che è durato tutta la vita. Importante fu poi, per la sua formazione artistica, l’incontro avvenuto nel 1940 con Ottone Rosai che gli permise di entrare nell’ambiente delle “Giubbe Rosse” in cui ebbe modo di conoscere Eugenio Montale, Mario Luzi e tante altre personalità tra cui Tommaso Landolfi che illustrò per lui la copertina del libro “la raganella d’oro”. Dopo un esordio che lo vide cimentarsi nella xilografia e nella pittura, Marcello Guasti nel 1956 affronta le tematiche della scultura con la realizzazione delle prime versioni dei “gatti” in bronzo e nel 1957-59 con la realizzazione di un gruppo di statue in legno e bronzo sul tema del lavoro dei “Renaiolo”. Durante gli anni sessanta Guasti abbandona il figurativo per affrontare la ricerca del cosiddetto Espressionismo informale e giungere poi, alla fine degli anni 60, ad un linguaggio astratto e geometrico utilizzando materiali nuovi come il cromo, l’acciaio inox e le vernici a fuoco sui metalli. A partire dal 1952 lo scultore partecipa a numerose mostre personali e collettive tra cui vogliamo ricordare la Biennale di Venezia del 1948 e la XXVIII Biennale del 1962. All’interno di questa ricca attività di ricerca alimentata sempre da un rinnovato approfondimento delle possibilità artistico-espressive, Marcello Guasti ha anche più volte affrontato il tema legato alla committenza pubblica, il primo monumento è per il Comune di Pescia (1962), ricordiamo poi, tra i molti interventi eseguiti il monumento “Ai tre carabinieri uccisi” (1964) realizzato per il Comune di Fiesole e collocato sul Belvedere progettato da Giovanni Michelucci, architetto che resterà legato per stima e amicizia a M. Guasti, la partecipazione al simposio nel Parco di Horice nel territorio di Praga (1967) e la realizzazione di opere monumentali come quelle per Soest Westfalia in Germania e Pesaro (1970 e 1976)

BIBLIOGRAFIA: Catalogo Bolaffi D’Arte moderna 1964, Ed. Bolaffi – Torino. Cronovideografie – Pesaro tra provincia e mondo 1945 – 1980 Ed. Franco Cosimo Panini.
Marcello Guasti riesame delle premesse oggettive 1942 – 1959 grafica – pittura – scultura Galleria La Piramide.
Marcello Guasti Storia dell’arte italiana del 900 Ed. Bora – Bologna.
Marcello Guasti tra natura e geometria autore Giorgio Di Genova Ed. Bora – Bologna.

Scheda a cura di Prof.ssa Mariastella Sguanci


Eliseo Mattiacci, Riflesso dell’Ordine Cosmico, 1995, Molo di Ponente

Eliseo Mattiacci

“Riflesso dell’ordine cosmico”

Pesaro, Molo di Levante del vecchio porto

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Eliseo Mattiacci

Datazione

1996

Dimensioni

struttura di base 6x2 x 0,45 m – lama 8,55x2,05 x 0,05 m

Luogo di collocazione

Pesaro, Molo di Levante del vecchio porto

Materiale

ferro e acciaio

Soggetto

Scultura di grandi dimensioni posta affianco la quale si trova una targa con scritto “Si consiglia di vederla al sorgere del sole (Eliseo Mattiacci)”.

STORIA
Scultura realizzata da Eliseo Mattiacci nel 1996, la sua collocazione avvenne lo stesso anno della personale dell'artista Eliseo Mattiacci. Opere recenti 1985-1996 a cura di Bruno Corà (27 luglio-20 ottobre 1996) che inaugurò il ciclo di attività del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro.

DESCRIZIONE E COMPOSIZIONE
“C'è del nuovo sul molo di Pesaro: un'elevata e scura lama ferrigna, giorno e notte presente come una sicura sentinella che scruta il vasto mare. Ad essa giungono fiduciosi e con curiosità gli abitanti della città, taluni pescatori e lo sguardo di quanti navigano sotto costa in quel tratto dell'Adriatico. Diventa così sempre più evidente, col passare del tempo, e con la creazione di nuove e più audaci fogge, che il faber artis più grande d'Italia, Eliseo Mattiacci, pensa e forma, a misura dell'immaginario popolare e a dimensione planetaria. Ne dà prova questo Riflesso dell'ordine cosmico (1995-1996), stele di acciaio e ferro che egli ha consegnato alla città e ai luoghi ove pur vive, in segno di vicinanza alla sua terra. E non si tratta, come potrebbe sembrare a prima vista, della concezione di un dolmen metallico a scala monumentale, quanto piuttosto dell'esito ultimo di un'attitudine formativa che sintonizza le proprie potenzialità sulle lunghezze d'onda di tensioni e forze che, poste in gioco tra loro dall’astanza stessa della scultura, che diviene elemento catalizzatore, appaiono regolare l'universale, instabile equilibrio a cui anche noi prendiamo parte. Ci voleva il fegato di un gigante come Mattiacci per confrontarsi con l'inquietudine e con la forza delle incessanti maree, con i venti e le piogge battenti che sul mare si distinguono e si confondono coi flutti che si rinfrangono fin lassù, alla base della scultura, sopra il molo, nei giorni di tempesta! E serviva che qualcuno, fortemente attratto da questa immensità di mare e cielo, opponesse un elemento qualificato, altrettanto maiuscolo per la mano e il passo, dotato di un'altra forza e di un'altra bellezza, per entrare in dialettica con quelle dimensioni sublimi e ardue. Una misura d’opera concepita con passione e sogno, rischio e desiderio, grave e lieve allo stesso tempo, poderosa e poetica, un corpo congiuntivo tra natura e cultura: che in questo luogo si stringono indissolubilmente, attraverso la vita della gente di mare e quanti, passanti e viaggiatori, sospendono lo sguardo dal segmento del molo alla linea curva e accerchiante dell'orizzonte.[…]

Il rapporto cercato con la vastità e incommensurabilità degli elementi naturali, il vento, il cielo, il vuoto, l'orizzonte, la verticalità, il mare, con le leggi della materia e le potenze elettromagnetiche, i minerali e i metalli, la gravità delle masse e dei corpi da smaterializzare, il valore di sostantività, come la continuità morfologica, l'essenza ferrigna, ne fanno la più autentica personificazione delle entità vulcanica. Mattiacci ha sentito molto spesso il bisogno di confronto tra la sua opera e una referenza spaziale orizzontale e di vaste latitudini come il mare. Questa nuova stele Riflesso dell'ordine cosmico […] si erge sugli aspri massi frangiflutto del molo, sporgendosi svettante sul mare e nel cielo come un obelisco del XXI secolo. […]

L’eteo geroglifico, che questa scultura reca, ha l'essenzialità dei grandi messaggi epocali, degli emblemata che coniugano un'era e la sua sensibilità, le sue ambizioni, i suoi sogni e le sue consapevolezze col passato ardimentoso dell'umanità e ancor di più con il suo avventuroso futuro. Attraverso quest'opera Mattiacci induce in ogni coscienza contemporanea il senso di un'appartenenza antropologica progettuale e il sentimento dell'immaginario creatore che si spinge e raggiunge, di fatto con le opere, una sovratemporalità che lo scavalca e lo trascende. Le orbite disegnate segmentalmente entro la pagina ferrigna per sottrazione di materia, ricavando vuoto significante ed emblematico, si intrecciano tra loro alternando cerchi ed ellissi, mentre la crescita di una spirale sottostante le orbite, ugualmente intagliata nella massa della stele, osserva un andamento che sviluppa le sue volute in una circolarità e verso una verticalità augurale supposta infinita. Ma l’essenza morfologica che definisce queste tonnellate di metallo innalzate tra l'azzurro dell'Adriatico e il cielo è tutta nella doppia conclusione, alla base e in vetta alla grande lama, dei suoi profili labiali. In quell’asianico stondamento, la cui levità suggerisce un esito commisurato da mani capaci di dosare la forma di un pane come pure di un utensile, si manifesta una nozione di cesura che ha la prodigiosa qualità di partecipare simultaneamente allo stato del chiuso e dell’aperto. Appunto, labbra che il fuoco ha forgiato e rilasciato secondo un’intenzione dettata dall'immaginario che partecipa alla reverie dell'aria e dell'acqua, della terra e del fuoco.[…]

Questo vigile totem laminare è di fatto il nuovo faro di Pesaro, una postazione che terranno d'occhio non soltanto i naviganti, ma anche i meditanti che in prossimità della costa ne cercheranno la sagoma “nell'ora che volge il disìo”. Un faro per i nottambuli, per i sognatori, per i bambini, per le petroliere lunghe e lente che al loro transito suscitano confronti tra la loro latitudine e la verticalità della scultura. All'alba il sole sorge entro l'occhio della spirale ed è già catapultato dalle sue volute, come una rampa di lancio, nell'alto della volta celeste, nel giorno pieno. Diversamente da alcuni relitti urbani, questa scultura non è uno spartitraffico, ma un enigma noumenico attivo in relazione alle nozioni che il nostro immaginario è capace di esprimere.”

Bruno Corà, Eliseo Mattiacci: “Nuovo avviso ai naviganti”, in Mattiacci. Ordine cosmico, Skira, 1998, pp. 9-11

BIOGRAFIA
Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940-Fossombrone, 2019)

Trasferitosi a Roma nel ’64, è stato partecipe del rinnovamento dell’arte contemporanea italiana della seconda metà degli anni Sessanta. Nel 1967 Mattiacci esordisce con la prima mostra personale alla galleria La Tartaruga, presentando un tubo flessibile di 150 metri in ferro nichelato verniciato giallo “Agip” che modifica lo spazio e invita il pubblico a modificarlo. In quegli anni forte era la necessità di spazi non convenzionali per l’arte contemporanea, che permettessero maggiore libertà di azione. La galleria romana L'Attico-garage di Fabio Sargentini segna un punto di svolta: Mattiacci nell’azione del ‘69 ci entra dentro con un compressore che schiaccia un percorso di terra pozzolana. In occasione della Biennale di Parigi del ’67, Pino Pascali presenta a Mattiacci il gallerista e mercante d’arte Alexandre Jolas; nasce così la possibilità di esporre il proprio lavoro al di fuori dei confini nazionali, a Parigi e New York. Nel 1972 la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia dedica una sala al lavoro dell’artista. Negli anni Ottanta la ricerca di Mattiacci si concentra sull’uso dei metalli – da lui definiti materiali «vivi» - per opere di grandi dimensioni di ispirazione cosmico-astronomica: sono di questi anni i lavori “Alta tensione astronomica” del 1984, installata al Kunstforum di Monaco, ed il “Carro solare del Montefeltro”. Quest’ultimo, assieme ad altre opere, è allestito nella sua sala personale alla Biennale di Venezia nel 1988. L’artista cerca costantemente un dialogo con lo spazio - sia esso un paesaggio naturale (come una cava), che un ambiente progettato dall'uomo (come un sito archeologico) - e per questo molti lavori nascono site-specific. Il lavoro di Mattiacci si concentra inoltre su energie fisiche visibili e invisibili - come la forza di gravità o l’attrazione magnetica di grandi calamite - alimentato da una costante tensione ideale a togliere peso alla materia pesante in sé. Una mostra fortemente legata a questa ricerca è quella allestita all’interno dei Mercati di Traiano a Roma nel 2001. Tra i premi ricevuti, il primo premio alla Biennale Fujisankei Hokone Open Air Museum, a Tokyo nel 1995, ed il premio per la scultura Antonio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei, a Roma nel 2008. Nel 2016 il MART Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto dedica una mostra retrospettiva all'artista e nel 2018 un’importante mostra antologica viene allestita presso il Forte di Belvedere a Firenze.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DELL’OPERA:
-Mattiacci. Ordine cosmico, a cura di Bruno Corà, fotografie di Aurelio Amendola e Gianfranco Gorgoni, Skira, 1998
-Celant, Mattiacci, Skira, 2013, n. 386 p. 329

Fonte: Studio Eliseo Mattiacci

Foto di Aurelio Amendola e Gianfranco Gorgoni


Eliseo Mattiacci, L’Occhio del Cielo n 2, 2005, Cortile dei Musei Civici

Eliseo Mattiacci

“L’occhio del cielo”

Pesaro, Musei Civici, Palazzo Mosca

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio aperto

Autore

Eliseo Mattiacci

Datazione

1996

Dimensioni

diametro 3 m, profondità 0,43 m, spessore 0,02 m (lastra)

Luogo di collocazione

Pesaro, Musei Civici, Palazzo Mosca

Materiale

Acciaio corten

Soggetto

Grande scultura a spirale

STORIA
Scultura creata da Mattiacci nel 1996, ne esiste una versione uguale permanentemente installata alla UCLA, University of California, Los Angeles.

DESCRIZIONE E COMPOSIZIONE
“Occhio del cielo 1996, non è solo l’alternato ritmo di tangenza e laminari circolari. Ma sembra anche essere visualizzazione della tensione amplificatrice della visione o dello stesso ascolto Rivolto alle onde acustiche l'intaglio dei tracciati di orbite Acer Chianti ed ellittiche segna e sgrava i grandi dischi dell'ordine 1965 in acciaio cor-ten con la base è sferica in ghisa e dell'ordine 1965 con la base alla di acciaio circolare suggerisce quanto il riflesso dell'ordine cosmico mi dà 994 le tracce di circuiti siderali che se sfuggano gli occhi non eludono il pensiero creatore che ti avverte li restituisce alla sua è nostra inquieta sete di spazio.” Bruno Corà, Mattiacci: scultura, pesca miracolosa, in Mattiacci 1985-1996, Charta Edizioni, Milano, 1996, p. 30

“Cosmico, potente, massiccio, visionario e allo stesso tempo misterioso, lirico e profondamente introspettivo. Sono questi gli aggettivi che vengono immediatamente in mente quando si tenta di descrivere l'opera di Eliseo Mattiacci. Il tuo Occhio del cielo non è un'eccezione. Tre grandi bande circolari di acciaio che si circoscrivono l'un l'altra sono posizionati in modo che il cerchio più piccolo condivida il proprio centro con quello del più grande. Il tutto evoca una struttura a spirale che si ripete curiosamente negli estremi dimensionali e nei limiti opposti dell'universo naturale. In questo senso la scultura funge da sentiero simbolico fra l'infinito e l’infinitesimale, riflettendo non solo i movimenti dei corpi celesti, ma anche la configurazione delle particelle molecolari. Se esiste un paradiso - un paradiso dell'intelletto e per l'intelletto - si potrebbe allora affermare che lo si può intravedere qui sulla terra guardando attraverso “l'occhio” di Mattiacci e rispondere allo stesso tempo alla domanda che ha tormentato i fisici per generazioni: perché forme e strutture simili si ripetono sia nei mondi cosmici che in quelli subatomici” Francis M. Naumann, Eliseo Mattiacci, Occhio del cielo, New York, February 27, 2005 in Mattiacci. Occhio del cielo, Danilo Montanari Editore, 2005

BIOGRAFIA
Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940-Fossombrone, 2019)

Trasferitosi a Roma nel ’64, è stato partecipe del rinnovamento dell’arte contemporanea italiana della seconda metà degli anni Sessanta. Nel 1967 Mattiacci esordisce con la prima mostra personale alla galleria La Tartaruga, presentando un tubo flessibile di 150 metri in ferro nichelato verniciato giallo “Agip” che modifica lo spazio e invita il pubblico a modificarlo. In quegli anni forte era la necessità di spazi non convenzionali per l’arte contemporanea, che permettessero maggiore libertà di azione. La galleria romana L'Attico-garage di Fabio Sargentini segna un punto di svolta: Mattiacci nell’azione del ‘69 ci entra dentro con un compressore che schiaccia un percorso di terra pozzolana. In occasione della Biennale di Parigi del ’67, Pino Pascali presenta a Mattiacci il gallerista e mercante d’arte Alexandre Jolas; nasce così la possibilità di esporre il proprio lavoro al di fuori dei confini nazionali, a Parigi e New York. Nel 1972 la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia dedica una sala al lavoro dell’artista. Negli anni Ottanta la ricerca di Mattiacci si concentra sull’uso dei metalli – da lui definiti materiali «vivi» - per opere di grandi dimensioni di ispirazione cosmico-astronomica: sono di questi anni i lavori “Alta tensione astronomica” del 1984, installata al Kunstforum di Monaco, ed il “Carro solare del Montefeltro”. Quest’ultimo, assieme ad altre opere, è allestito nella sua sala personale alla Biennale di Venezia nel 1988. L’artista cerca costantemente un dialogo con lo spazio - sia esso un paesaggio naturale (come una cava), che un ambiente progettato dall'uomo (come un sito archeologico) - e per questo molti lavori nascono site-specific. Il lavoro di Mattiacci si concentra inoltre su energie fisiche visibili e invisibili - come la forza di gravità o l’attrazione magnetica di grandi calamite - alimentato da una costante tensione ideale a togliere peso alla materia pesante in sé. Una mostra fortemente legata a questa ricerca è quella allestita all’interno dei Mercati di Traiano a Roma nel 2001. Tra i premi ricevuti, il primo premio alla Biennale Fujisankei Hokone Open Air Museum, a Tokyo nel 1995, ed il premio per la scultura Antonio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei, a Roma nel 2008. Nel 2016 il MART Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto dedica una mostra retrospettiva all'artista e nel 2018 un’importante mostra antologica viene allestita presso il Forte di Belvedere a Firenze.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DELL’OPERA:
-Mattiacci 1985-1996, Charta Edizioni, Milano, 1996
-Mattiacci. Occhio del cielo, Danilo Montanari Editore, 2005
-Celant, Mattiacci, Skira, 2013, n. 379, p.322

Fonte: Studio Eliseo Mattiacci

Foto di Michele Alberto Sereni


Agapito Miniucchi, Arim, 1982, giardini Nilde Iotti di via Cristoforo Colombo

Agapito Miniucchi

“Arim”

Pesaro, via Cristoforo Colombo, Giardini Nilde Iotti

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Agapito Miniucchi

Denominazione

“Arim”

Datazione

1983

Dimensioni

H cm 148; L cm 168; P cm 198

Luogo di collocazione

Pesaro, Giardini Nilde Iotti di via Cristoforo Colombo

Materiale

Pietra e acciaio corten

Soggetto

Metafora del percorso dell’umanità verso la scoperta e la conoscenza attraverso il suo millenario rapporto con la terra e il mare

STORIA: Il rapporto fra l’uomo e il mare è sempre stato in primo piano, nel pensiero creativo di Agapito Miniucchi. Il mare che divide e unisce le terre, che ha nutrito e accompagnato lo sviluppo di civiltà millenarie, che ha dato origine a commerci fra popoli lontani e anche, purtroppo, a guerre terribili fra gli stessi. “Le mie mani ascoltano il cuore segreto del mare,” scrisse l’artista, “che fa nascere e morire l’onda in un gioco maledetto”. Nato a Rocca Sinibalda, piccolo comune della Sabina orientale incastonato fra boschi, colline e montagne, nel 1933, quando aveva dieci anni, Agapito si trasferì con i genitori a Pesaro, al numero 45 di viale Zara, presso la splendida Villa Olga, verso il moletto, a pochi passi dal mare. Le innumerevoli sfumature di verde e turchese dell’Adriatico, le foschie sollevate dalla bora, le nuvole sospinte dallo scirocco e dal levante, le splendide luci della marina rese più nitide dal maestrale, le increspature create dall’ostro e l’effetto del libeccio che mescola la sabbia alle onde: tutto questo era per lui fonte di ispirazione. “Le suggestioni di quel tratto di mare,” scrisse nel 2012, “hanno inciso profondamente nella mia formazione giovanile tanto che volevo fare il capitano di mare, per viaggiare, conoscere il mondo”. Dopo che a Pesaro si tenne, dal 26 luglio al 31 agosto 1979 presso Palazzo Mazzolari-Mosca, una mostra delle sue sculture in legno, pietra e cuoio, Agapito Miniucchi iniziò a lavorare a un monumento per uno spazio aperto della città. Per progettarla e realizzarla, l'artista si ispirò proprio a quel mare antico e mutevole, generoso e selvaggio; quel mare che aveva accompagnato la sua crescita e assistito alle tappe della sua formazione. “Il mio affettuoso legame con Pesaro e con quel luogo mi ha suggerito di creare una scultura, ‘Arim’ (termine etrusco), nel 1982, che coniugasse terra e mare, nel desiderio innato nell’uomo per la conoscenza, l’avventura. Odisseo ne è stato l’esempio più eclatante”. Con quello spirito, lo scultore creò l'onda che si abbatte sulla pietra. L'onda di acciaio esprime la forza del mare, mentre la patina ossidata che la ricopre, grazie all'impiego dell'acciaio corten, esprime l'effetto del tempo sulla natura e la civiltà, le sue connessioni con il mondo antico. E la pietra, da cui l'onda è inseparabile, è simbolo chiaro della stabilità della terra, della ricerca di pace e sicurezza che è carattere della migliore umanità. L’opera fu inaugurata nel 1983, nei giardini di via Colombo, di fronte a Villa Olga. A proposito del titolo attribuito dall'artista alla scultura di Pesaro, “Arim”, esso conferma la passione del maestro per le lingue antiche. L'etrusco, nel caso specifico. In quella lingua arcaica, "Arim" significa “scimmia”, animale che ritroviamo più volte sui reperti che ci parlano del popolo dell'Etruria. Il termine "Arim" era connesso a importanti famiglie, un cognomen anch'esso legato ai viaggi attraverso il mare, a lontane terre esotiche, al popolo dei cartaginesi con cui gli etruschi intessevano fiorenti commerci. Così si spiega il titolo dell’opera, che è simbolo, come la scimmia degli etruschi, di viaggi e avventure umane attraverso il mare, verso in luoghi inesplorati, sulla scia della nave di Odisseo. La scultura fu inaugurata a Pesaro nel 1983. Quattro anni prima, in occasione della mostra nel capoluogo marchigiano, Piero Dorazio aveva scritto: “Fa bene il Comune di Pesaro, che fra i primi in Italia ha deciso da anni di sostenere le cruciali vicende della scultura, a incoraggiare questa volta Miniucchi, a offrire al pubblico la possibilità di apprezzare il suo consistente e originale contributo a questo aspetto dell'arte di oggi”.

FUNZIONE DELL’OPERA: L’opera nasce per inserirsi contemporaneamente nello spazio naturale e in quello architettonico della città, celebra con essenzialità concettuale il mare e in particolare quel mare di Pesaro che sembra diviso in due parti dal moletto, con le sue scogliere e le sue spiagge, sulle quali le mareggiate depositano tronchi e rami, come a suggellare il legame, stretto attraverso i fiumi, fra la costa e l'entroterra. Contemporaneamente, "Arim" rappresenta la stretta relazione fra i popoli - e nello specifico la gente di Pesaro - e quell'elemento marino che da sempre li invita a una continua esplorazione del mondo e nel contempo della propria interiorità, del proprio spirito indomito, delle proprie tradizioni.

DESCRIZIONE E COMPOSIZIONE: Lo scultore scelse la pietra per rappresentare la terra, una pietra poderosa e squadrata, su cui effettuò un taglio obliquo estremamente preciso, nel quale inserì una traversina ondulata in acciaio corten, per rappresentare un’onda marina fissata in una dimensione immutabile, perenne, fuori dal tempo. In quegli anni il maestro dedicava grande attenzione alle opere megalitiche, agli ipogei, agli altari in pietra dell'antichità primeva, mentre l'acciaio corten rappresentava, nella sua poetica, il mondo moderno, un immenso cantiere caratterizzato dalla continua riedificazione degli spazi umanizzati. La patina di ruggine, che trasmette a chi osserva le opere un senso di impermanenza, di precarietà, non intacca in realtà il materiale; al contrario, lo protegge dalla corrosione e assume un colore più scuro nel corso del tempo. Non a caso l'artista scelse l'acciaio corten per alcuni dei suoi capolavori, come la gigantesca scultura “Uprium” (nome etrusco di Iperione), datata 1980, che si trova al centro della rotonda di piazzale dell'Acciaio, a Terni, o le due sculture “Reditus ad origines” installate nel 2009 presso il Polo Scientifico Tecnologico dell'Università degli Studi di Ferrara.

BIOGRAFIA Agapito Miniucchi nacque a Rocca Sinibalda (RI) il 26 settembre 1923. Dall'età di 10 anni visse a Pesaro con i genitori dove si rafforzò il suo rapporto con il mare, tanto che sognava di diventare, un giorno, capitano di vascello. Studiò Medicina e Chirurgia ed esercitò la professione di odontoiatra. Iniziò a dipingere nei primi anni Cinquanta, orientandosi verso l'arte figurativa, dedicando particolare attenzione alla pittura naturalista e al realismo magico. Realizzò la prima personale nel 1953 presso la Galleria Zingarini di Terni. Nel 1959 partecipò alla VIII Quadriennale di Roma, caratterizzata dal confronto fra figurativi e non figurativi, diatriba che l'artista visse con partecipazione. Dal 1964 seguì con grande interesse l'affermarsi dell'Arte concettuale, del Minimalismo, dell'Arte povera italiana. A partire dal 1968 si dedicò completamente alla scultura. Abbandonate le prime ricerche figurative, l’artista, negli anni settanta, realizzò opere di notevole impatto, avvalendosi di materiali poveri come il legno, la pietra, il ferro, il cuoio. Nel 1970 tenne una personale alla Galleria Poliantea di Terni, nel 1974 alla Galleria La Virgola di Fabriano, nel 1976 alla Due Mondi di Roma e alla Sangallo di Firenze. Nel 1977 alcune sue opere furono presentate al Festival di Spoleto e l’artista venne invitato al Festival dei Due Mondi di Charleston (Usa). Nel 1979 il Comune di Pesaro organizzò una sua esposizione, dove l’artista presentò una serie di sculture in legno. Verso la fine degli anni settanta privilegiò l’acciaio nei progetti relativi a sculture di grandi dimensioni, destinate agli spazi pubblici. Contemporaneamente tenne personali a Venezia, Ravenna, Roma e altre città. Risalgono alla metà degli anni 1980 le sue opere di piccolo formato caratterizzate da colature di piombo nelle fessure della pietra naturale di Cesi. Nel 1986 fu invitato alla Biennale di Venezia, nella sezione “Arte e Alchimia”. In quel periodo pose in simbiosi con il legno, il ferro, la pietra e le traversine abbandonate dei binari ferroviari, materiali leggeri come giunchi flessibili e corde. Nel 1987 partecipò alla XXX Biennale Nazionale d'Arte Città di Milano presso il Palazzo della Permanente. Risale al 1989 la personale al Palazzo dell'Arengo di Rimini. Negli anni 1990 si segnalano, fra le altre mostre personali e collettive, le antologiche di Cavriago e di Terni. Terni, Ferrara, Perugia, Reggio Emilia, Pesaro sono fra le città che accolsero le sue opere monumentali. Nel 2000 il Comune di Terni gli dedicò una grande antologica presso Palazzo Gazzoli. Opere di Agapito Miniucchi si trovano in un gran numero di collezioni pubbliche e private, fra cui le collezioni della Pinacoteca d’Arte Moderna di Spoleto e quella della Provincia di Reggio Emilia, il Museo d'Arte Moderna di Terni, la George Town University, il Museo D’Arte Moderna di Fort Lauderdale, l'Istituto Italiano di Cultura di New York. Il 7 luglio 2007 è stato inaugurato a Rocca Sinibalda (Rieti) il museo a lui dedicato, in piazza della Vittoria, 15.

BIBLIOGRAFIA

- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi”, Charleston (South Carolina, Usa), dal 25/05 al 05/6/1977, testo di Agapito Miniucchi, Edizioni Spoleto Festival, Spoleto 1977.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi - sculture”, testi critici di Piero Dorazio e Cesare Vivaldi, Palazzo Mazzolari Mosca, Pesaro, dal 26/7 al 31/08/1979, Edizioni Comune di Pesaro, Pesaro 1979.
- Cesare Vivaldi, “Le parole e la forma”, 12 poesie per 12 artisti, Ed. Questarte Libri, 1984.
- Mariano Apa, Mario Cresci, Massimo Dolcini, “Agapito Miniucchi - pietra, ferro, legno”, Ed.izioni Laterza, Roma-Bari 1986.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi - sculture 1985/1989”, Rimini, Palazzo dell’Arengo, dal 29/04 all’11/06/1989, testo critico di Cesare Vivaldi, Edizioni Comune di Rimini, Rimini 1989.
- “Le profezie del Beato Tommasuccio da Foligno”, prefazione di Cesare Vivaldi, introduzione e parafrasi di Silvestro Nessi, quattro xilografie di Agapito Miniucchi, Ed. Giampiero Zazzera - libraio in Lodi 1989.
- “Iacopone da Todi”, disegni di Agapito Miniucchi, prefazione di Liliana Scrittore, testi critici di Silvestro Nessi, Piero Dorazio e Cesare Vivaldi, Editori Laterza, Roma-Bari 1991.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi”, Cavriago (Reggio Emilia) dal 31/01 all’1/03/1998, a cura di Sandro Parmigiani, Ed. Mazzotta, Milano 1998.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi - antologica”, Terni, Palazzo Grazzoli, dal 02 al 25 aprile 2000, testi critici di Elena Pontiggia, e Sandro Parmigiani, Edizioni Comune di Terni, Terni 2000.
- Opuscolo per l’inaugurazione della grande scultura di Miniucchi “Reditus ad origines”, Polo Scientifico Tecnologico di Ferrara, 9/06/2009, presentazione di Patrizio Bianchi (Rettore Università di Ferrara), contributi critici di Ada Patrizia Fiorillo e Sandro Parmigiani, Edizioni Università di Ferrara, Ferrara 2009

Scheda a cura di Roberto Malini , scrittore e saggista


Agapito Miniucchi, Monumento ai Marinai Caduti, 2005, Viale Trieste

Agapito Miniucchi

“A chi il mare ha tolto la vita mortale”

Pesaro, tra viale Trieste e via Napoli

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Agapito Miniucchi

Denominazione

“A chi il mare ha tolto la vita mortale”

Datazione

2003

Inaugurazione

2005

Dimensioni

Basamento: H cm 54; L cm 554; P cm 124,50
Monumento: H cm 216; L cm 392; P cm 50

Luogo di collocazione

Pesaro, Giardini Nilde Iotti di via Cristoforo Colombo

Materiale

Pietra di Todi; basamento in cemento armato rivestito in acciaio inox

Soggetto

Monumento ai Marinai caduti. Metafora, attraverso i simboli della pietra e dell’acqua che la scava, del coraggio e contemporaneamente della caducità umana nell’immensità del mare.

STORIA: “Una volta marinaio… marinaio per sempre”. Con questo motto fu fondata, nel 1943, l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia (ANMI), sodalizio apolitico e senza fini di lucro di cittadini appartenenti, senza distinzione di grado, alla Marina Militare. A Pesaro vi è una sede dell’Associazione, i cui fondatori hanno coltivato un sogno dal termine della Seconda guerra mondiale fino al 19 giugno 2005, quando si è realizzato. Sessant’anni di attesa perché il progetto di dare alla città un monumento ai Marinai caduti diventasse realtà, con l’inaugurazione dell’opera dello scultore Agapito Miniucchi, intitolata “A chi il mare ha tolto la vita mortale”. Quel giorno, alla presenza delle principali autorità cittadine, la cerimonia ha visto partecipare un nutrito pubblico, che ha applaudito calorosamente il taglio del nastro inaugurale e la scopertura del monumento ai Marinai, seguito dalla sfilata dei gonfaloni dei comuni della provincia e dal concerto della Banda musicale della Marina Militare. La scelta dell’artista cui affidare un monumento tanto agognato e inseguito, non poteva che cadere su Agapito Miniucchi, scultore profondamente ispirato dal mare, ambiente da cui ha avuto origine la vita sulla terra e culla di civiltà. Nato a Rocca Sinibalda, Agapito Miniucchi si trasferì con i genitori a Pesaro nel 1933, quando aveva dieci anni. La sua famiglia visse a pochi passi dal mare, a Villa Olga, aristocratico edificio residenziale sito al numero 45 di viale Zara, verso il “Moletto”. La crescita del ragazzo - e la contemporanea maturazione dell’animo di artista che era già in lui - è avvenuta presso l’ambiente marino, nutrita dalla bellezza mutevole dell’Adriatico, ora calmo e trasparente, ora selvaggio e incontrollabile. Chi vive o ha vissuto in una città di mare, conosce bene quel profumo di salsedine e mistero che contiene in sé l’idea del viaggio umano, viaggio che inizia sempre dall’impulso di lasciare le certezza quotidiane per seguire il richiamo della scoperta, della conoscenza, irrefrenabile. “Le suggestioni di quel tratto di mare,” scrisse nel 2012, “hanno inciso profondamente nella mia formazione giovanile tanto che volevo fare il capitano di mare, per viaggiare, conoscere il mondo”. Nessuno meglio di Agapito avrebbe potuto scolpire il mare, scolpire il più grande sogno dell’uomo e contemporaneamente il suo più grande dolore, causato dalla perdita di chi, per servire il suo Paese, non tornerà mai più sulla terra ferma.

FUNZIONE DELL’OPERA: I monumenti ai caduti hanno il fine di conservare in avvenire la memoria di eventi luttuosi che fanno parte dell’eredità storica e umana dei popoli, eventi caratterizzati dalla perdita di vite umane nel corso di operazioni militari. Questo genere di sculture è spesso connotato dalla presenza di elementi simbolici comprensibili a tutti, perché sia immediatamente identificabile agli occhi di chi li guarda il valore del sacrificio di esseri umani trasformati in garanti di un dovere collettivo verso la patria. La Marina Militare e l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia attribuiscono un’importanza primaria alla creazione di monumenti che perpetuino il ricordo dei marinai caduti e di consolidare e divulgare i comuni valori della cultura e delle tradizioni marinare. L’opera “A chi il mare ha tolto la vita mortale” di Agapito Miniucchi esprime con grande forza espressiva tali valori, senza ricorrere ad alcuna forma retorica, ma, anzi, universalizzandone il doloroso messaggio.

DESCRIZIONE E COMPOSIZIONE: “A chi il mare ha tolto la vita mortale” è un monumento formato da un basamento in cemento armato rivestito in acciaio inox (H cm 54; L cm 554; P cm 124,50) su cui è posta, divisa in due parti, una scultura in pietra di Todi. La sezione che a prima vista appare come un quadrato con un angolo rivolto verso il basso è in realtà rettangolare e misura cm 215 di altezza per cm 220 di altezza. La massima profondità è di cm 50. Sul basamento è ben visibile il titolo. in grandi caratteri blu. È l’artista stessa a descrivere il monumento ai Marinai caduti, in una lettera dattiloscritta inviata all’assessore alla Cultura del Comune di Pesaro Luca Bartolucci in data 15 ottobre 2002: “Il canto dell’acqua scava la sacralità della pietra per trovare la pace nel silenzio degli Dei. Per annullare l’illusione che le apparenti espressioni di energia nella possanza della pietra siano inesauribili, che la bara già pronta alla nascita rimarrà vuota, che la carezza del vento muoverà per sempre le verdi cime degli alberi, i freschi brividi del mare, le bianche nuvole erranti nella clarità alta del cielo”.

BIOGRAFIA: Agapito Miniucchi nacque a Rocca Sinibalda (RI) il 26 settembre 1923. Dall'età di 10 anni visse a Pesaro con i genitori dove si rafforzò il suo rapporto con il mare, tanto che sognava di diventare, un giorno, capitano di vascello. Studiò Medicina e Chirurgia ed esercitò la professione di odontoiatra. Iniziò a dipingere nei primi anni Cinquanta, orientandosi verso l'arte figurativa, dedicando particolare attenzione alla pittura naturalista e al realismo magico.
Realizzò la prima personale nel 1953 presso la Galleria Zingarini di Terni. Nel 1959 partecipò alla VIII Quadriennale di Roma, caratterizzata dal confronto fra figurativi e non figurativi, diatriba che l'artista visse con partecipazione. Dal 1964 seguì con grande interesse l'affermarsi dell'Arte concettuale, del Minimalismo, dell'Arte povera italiana. A partire dal 1968 si dedicò completamente alla scultura. Abbandonate le prime ricerche figurative, l’artista, negli anni settanta, realizzò opere di notevole impatto, avvalendosi di materiali poveri come il legno, la pietra, il ferro, il cuoio. Nel 1970 tenne una personale alla Galleria Poliantea di Terni, nel 1974 alla Galleria La Virgola di Fabriano, nel 1976 alla Due Mondi di Roma e alla Sangallo di Firenze. Nel 1977 alcune sue opere furono presentate al Festival di Spoleto e l’artista venne invitato al Festival dei Due Mondi di Charleston (Usa). Nel 1979 il Comune di Pesaro organizzò una sua esposizione, dove l’artista presentò una serie di sculture in legno. Verso la fine degli anni settanta privilegiò l’acciaio nei progetti relativi a sculture di grandi dimensioni, destinate agli spazi pubblici. Contemporaneamente tenne personali a Venezia, Ravenna, Roma e altre città. Risalgono alla metà degli anni 1980 le sue opere di piccolo formato caratterizzate da colature di piombo nelle fessure della pietra naturale di Cesi. Nel 1986 fu invitato alla Biennale di Venezia, nella sezione “Arte e Alchimia”. In quel periodo pose in simbiosi con il legno, il ferro, la pietra e le traversine abbandonate dei binari ferroviari, materiali leggeri come giunchi flessibili e corde. Nel 1987 partecipò alla XXX Biennale Nazionale d'Arte Città di Milano presso il Palazzo della Permanente. Risale al 1989 la personale al Palazzo dell'Arengo di Rimini. Negli anni 1990 si segnalano, fra le altre mostre personali e collettive, le antologiche di Cavriago e di Terni. Terni, Ferrara, Perugia, Reggio Emilia, Pesaro sono fra le città che accolsero le sue opere monumentali. Nel 2000 il Comune di Terni gli dedicò una grande antologica presso Palazzo Gazzoli. Opere di Agapito Miniucchi si trovano in un gran numero di collezioni pubbliche e private, fra cui le collezioni della Pinacoteca d’Arte Moderna di Spoleto e quella della Provincia di Reggio Emilia, il Museo d'Arte Moderna di Terni, la George Town University, il Museo D’Arte Moderna di Fort Lauderdale, l'Istituto Italiano di Cultura di New York. Il 7 luglio 2007 è stato inaugurato a Rocca Sinibalda (Rieti) il museo a lui dedicato, in piazza della Vittoria, 15.

BIBLIOGRAFIA:
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi”, Charleston (South Carolina, Usa), dal 25/05 al 05/6/1977, testo di Agapito Miniucchi, Edizioni Spoleto Festival, Spoleto 1977.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi - sculture”, testi critici di Piero Dorazio e Cesare Vivaldi, Palazzo Mazzolari Mosca, Pesaro, dal 26/7 al 31/08/1979, Edizioni Comune di Pesaro, Pesaro 1979.
- Cesare Vivaldi, “Le parole e la forma”, 12 poesie per 12 artisti, Ed. Questarte Libri, 1984.
- Mariano Apa, Mario Cresci, Massimo Dolcini, “Agapito Miniucchi - pietra, ferro, legno”, Ed.izioni Laterza, Roma-Bari 1986.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi - sculture 1985/1989”, Rimini, Palazzo dell’Arengo, dal 29/04 all’11/06/1989, testo critico di Cesare Vivaldi, Edizioni Comune di Rimini, Rimini 1989.
- “Le profezie del Beato Tommasuccio da Foligno”, prefazione di Cesare Vivaldi, introduzione e parafrasi di Silvestro Nessi, quattro xilografie di Agapito Miniucchi, Ed. Giampiero Zazzera - libraio in Lodi 1989.
- “Iacopone da Todi”, disegni di Agapito Miniucchi, prefazione di Liliana Scrittore, testi critici di Silvestro Nessi, Piero Dorazio e Cesare Vivaldi, Editori Laterza, Roma-Bari 1991.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi”, Cavriago (Reggio Emilia) dal 31/01 all’1/03/1998, a cura di Sandro Parmigiani, Ed. Mazzotta, Milano 1998.
- Catalogo mostra “Agapito Miniucchi - antologica”, Terni, Palazzo Grazzoli, dal 02 al 25 aprile 2000, testi critici di Elena Pontiggia, e Sandro Parmigiani, Edizioni Comune di Terni, Terni 2000.
- Opuscolo per l’inaugurazione della grande scultura di Miniucchi “Reditus ad origines”, Polo Scientifico Tecnologico di Ferrara, 9/06/2009, presentazione di Patrizio Bianchi (Rettore Università di Ferrara), contributi critici di Ada Patrizia Fiorillo e Sandro Parmigiani, Edizioni Università di Ferrara, Ferrara 2009

Scheda a cura di Roberto Malini , scrittore e saggista


Arnaldo Pomodoro Sfera Grande, 1971, Piazzale della Libertà

Arnaldo Pomodoro

“Sfera Grande”

Pesaro, Piazzale della Libertà

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Arnaldo Pomodoro

Denominazione

“Sfera grande”

Dimensioni

Diametro 350 cm

Luogo di collocazione

Pesaro, Piazzale della Libertà

Materiale

Fusione in bronzo

Soggetto

La fragilità della materia e quanto essa possa celare, svelando la realtà, fuori dalla perfezione apparente della forma

STORIA: Verso l’orizzonte, fra terra e acqua, un’imponente opera sferica si fa intreccio di relazioni fra logos, ethos e pathos, in una storia che parla del succedersi di due corpi scultorei e di sodalizi d’amicizia e d’arte.
Arnaldo Pomodoro in seguito ad una grande mostra personale a Pesaro nel 1971, promossa dalla galleria “Il Segnapassi” (diretta da Renato Cocchi, socie Franca Mancini e Milena Ugolini), dal Comune, dall’Ente Turismo e dalla Provincia, dona alla città in cui ha trascorso la giovinezza e trovato l’incoraggiamento all’arte, la prova in fiberglass di “Sfera Grande”. Questa era il modello della sua prima opera monumentale, dalle grandi dimensioni, commissionata dal Ministero degli esteri per rappresentare l’arte e la poesia all’EXPO di Montreal del 1966/67, posta sul tetto del padiglione italiano; poi collocata nel 1968, per volere di Amintore Fanfani, nel piazzale della Farnesina diventando logo del Ministero degli esteri.
L’opera per l’artista non segna solo l’inizio della prima e grande committenza pubblica, che richiese uno studio lungo e impegnativo provocando in lui momenti di grande tensione, ma è anche il tempo del riconoscimento internazionale quando il “Time Magazine” definisce lui e Calder gli scultori più originali di tutto l’Expo. Opera che si genera all’interno di un comitato illustre in cui Leoncillo rappresentava il costume e Guerrini l’industria e la tecnologia. Inizialmente doveva essere delle dimensioni di 500-700 cm, poi si portò a 350 cm per la disponibilità di budget. Per volontà dell’artista, di concerto con l’amministrazione di Pesaro, viene scelta Piazzale della Libertà, ove prima si trovava l’Ex Kursaal, per inserire la sfera bianca che sarà posata sul rilevo di una dolce duna, come desiderato dall’autore, affinché si potesse ammirare come fluttuante sull’acqua.
In asse visivo con il decumano dal centro storico della città, il nuovo elemento crea un contraltare, un dialogo percettivo e percorribile fra il vuoto urbano di Piazza del Popolo e la monumentalità accessibile della rotonda sul litorale. Rialzata sulla terra, simbolo della contemporaneità, la sfera si fa riferimento identitario e fisico, riconosciuto soprattutto dai giovani come punto d’incontro, capace di generare un senso d’appartenenza nell’intera comunità diventando parte inseparabile di quel luogo che per lei era stato scelto.
Nel trascorrere degli anni, per decoro urbano, morale e prestigio del lavoro del Maestro, è sempre più forte il suo desiderio di vederla sostituita con una sua sfera in bronzo; in particolare dopo una cartolina in cui le viene attribuita la definizione di Tomato’s Ball [The Tomatoes Ball], poco gradita all’artista che la definisce ormai un mozzico scarabocchiato poiché riempita di numerose scritte. Ecco le ragioni che portano dal 1991 il sottoporre la rilevante istanza al Comune di Pesaro e la ricerca di possibili finanziatori dell’intervento avendo due obiettivi: realizzare la fusione bronzea, per creare un esemplare uguale a quello di New York, Mount Sinai Hospital, Teheran e Roma, e sviluppare un progetto di sistemazione esterna che potesse comprendere l’intera Piazza della Libertà. Vicino a Pomodoro in questo percorso lo stimato amico di Pesaro, geom. Leonardo Della Chiara, che diventa raccordo con la pubblica amministrazione e le istituzioni che interverranno. In una lettera che Leonardo invia ad Arnaldo il 7 giugno 1991 rivela all’artista che da subito vi è un interesse del Comune, e che per voce di Cartervo Cangiotti, vi potrebbe essere la disponibilità dell’Associazione industriali e di banche. Arnaldo la settimana seguente, 14 giugno 1991, esprime la profonda felicità per la fattiva opportunità di poter vedere la sua sfera realizzata e cheprovvederà a mandare a breve un preventivo; riconoscendo l’occasione perfetta per elaborare insieme all’amico il nuovo disegno di tutta l’aera. Tuttavia in questa prima istanza non si ebbero risultati.
La trattativa per la fusione continuò, e nei primi mesi del 1996, con alcune perplessità dei tecnici, in una riunione decisiva con il sindaco Oriano Giovannelli, esponesti dell’amministrazione, funzionari, e progettista, si decidono i tempi con i quali prelevare la bianca sfera per trasferirla a Milano.
Il preventivo elaborato dalla Fonderia De Andreis di Milano, con radici pesaresi, scelta da Pomodoro, fu già trasmesso il 18 giugno 1991, e negli anni seguenti solo attraverso il fattivo e perseverante interesse dell’imprenditore Vittorio Livi vennero raccolte le reali disponibilità d’investimento sul lavoro. I primi contributi documentati dal Resto del Carlino sono: 100 milioni da Banca delle Marche, 100 milioni da Banca popolare dell’Adriatico, 100 milioni da industriali, 100 milioni dal Comune, 50 milioni dalla Provincia di Pesaro.
La palla verrà prelevata nell’estate del 1996 per essere tagliata a creare il calco della nuova. Nell’aprile 1997 Arnaldo in una lettera al sindaco Giovannelli comunica che i lavori della fusione procedono a pieno ritmo e dovrebbero essere ultimati entro il 30 giugno, come accordi. La sfera bianca verrà ricomposta al termine della lavorazione, con il pensiero di ricollocarla presso la Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Il sindaco viene esortato dal Maestro alla verifica, da parte degli uffici competenti, dei disegni relativi la progettazione della base insieme a Della Chiara incaricato di seguire l’intervento. L’ing. Carlo Chiesa direttore del settore progettazione e realizzazione nuove opere di Pesaro comunica l’intenzione di iniziare gli interventi di collocazione della scultura per i quali chiede gli esecutivi di ancoraggio della sfera al plinto di fondazione, da fornire all’impresa. I primi di novembre l’armatura sarà pronta.
In un articolo del 21 maggio 1998 si riporta l’esclamazione dell’artista “Finalmente il pomo è d’oro” poiché sono terminati i lavori di fusione e di lucidatura dell’opera di 5 tonnellate di bronzo. In quello stesso giorno venne riempita la vasca che l’accoglierà come basamento, per vedere la tracimazione dell’acqua, e rivolgendosi al Maestro Leonardo scriverà: “L’effetto è bellissimo”. Il 22 maggio il globo viene posato sulla sede, un momento indimenticabile per la comunità che partecipò, poiché l’assenza fu un tempo interminabile, e durante la movimentazione per arrivare al perno basamentale l’opera fu accompagnata da un applauso di approvazione, fra gli sguardi meravigliati dei turisti che si trovavano a passare. Tutto è pronto per l’ufficiale inaugurazione di sabato 30 maggio. Pomodoro in una lettera autografa scriverà l’1 giugno 1998 “Caro Leonardo, nuovamente GRAZIE infinite per tutto ciò che è stato fatto per la PALLA : proprio BELLA indipendentemente da me che l’ho partorita. Ora tocca lavorare con altrettanta tenacia alla Rotonda. [...]”.
Per l’investimento sulla fusione e il suo basamento, di circa 750 milioni, intervengono secondo il Resto del Carlino: il Comune, la Provincia, la Banca Popolare dell’Adriatico, la Fondazione CariPesaro e gli industriali: Belligotti, Berloni, Selci, Cascino, Ferri, Livi, Montagna, Mulazzani, Cangiotti e Scavolini. Sarà coinvolto il comitato cittadino SERC: Studio e Recupero della Città, presieduto dal notaio Roberto Licini, nella parte finale di gestione economica della fusione.Ricomposta, la sfera in fibra di vetro trovò nuova collocazione nella piazza di Rozzano (MI), e a causa di un atto vandalico il 31 dicembre del 2001 fu distrutta. Pomodoro particolarmente spaventato e provato dall’accaduto, decise che i 120 mila euro acquisti dall’assicurazione dovevano essere impiegati per completare il più grande progetto urbano per Piazza della Libertà che avrebbe visto il compimento dell’intervento su Pesaro. L’occasione di progettualità era preziosa perché l’area è il sito rappresentativo della città sul mare, fulcro nell’intersezione fra Viale Trieste e Viale della Repubblica.
Lo studio della sistemazione venne presentato contestualmente la base per la nuova sfera. Dai disegni di archivio, in una prima idea urbana si prevedeva un verde a piccole isole disposto in modo concentrico a rafforzare la fluttuante monumentalità del globo inserito sulla vasca d’acqua in posizione assiale verso la città. Nella successiva variazione, si valorizza un aumento della superficie verde modellata in cinque isole informali caratterizzate da un lieve saliscendi dell’altezza della vasca di 60 cm, e la collocazione di due piccole piazze simmetriche ad intercettare il viale pedonale vicino.
Il 30 giugno 2006 è documenta la valutazione del progetto preliminare del giardino ovale per un importo di 800.000 euro, soluzione urbana che il 10 ottobre 2006 Pomodoro si raccomanda a Della Chiara di tutelare avendo condiviso insieme ogni idea. Il dibattito continuò nel febbraio 2008 in cui viene chiesto un ulteriore aumento della superficie verde e del patrimonio arboreo ammettendo una sola piazzola di cemento. Modificazioni che portarono all’attuale assetto, di due percorsi paralleli e perpendicolari al litorale che comprendono la sfera posandosi sul verde continuo. L’opera oggi vive un contesto celebrativo e monumentale, in cui non potremo avvicinarci per toccarla, ma l’appropriazione sarà contemplativa e di tensione, data dai riflessi della superficie metallica e liquida che pervaderanno gli occhi di chi la incrocerà con lo sguardo.
FUNZIONE DELL’OPERA: Dalle parole del Maestro: “ Nel mio lavoro vedo le crepe, le pareti erose, il potenziale distruttivo che emerge dal nostro tempo di disillusione”. Arnaldo Pomodoro.
DESCRIZIONE: Parole su Sfera Grande “Viene spesso ripresa in primo piano nei no ziari televisivi, divenendo una sorta di logo per le ques oni e gli even internazionali. uando sono mostra i de agli dell’opera e la ripresa entra nei suoi grovigli, la sensazione quella dell’inquietudine. Mi fa piacere che quest’immagine venga vista come metafora della tragicità e delle contraddizioni della storia attuale, e della tensione per il loro superamento.” Arnaldo Pomodoro.
Fonte | Statement in scheda dell’opera di Pesaro condivisa dall’Archivio Arnaldo Pomodoro Dalle parole del Maestro: “La sfera una forma magica. La superficie lucida rispecchia ciò che c' intorno, restituendo una percezione dello spazio diversa da quello reale, e crea mistero. Rompere questa forma perfetta mi permette di scoprirne le fermentazioni interne mostruose e pure. [...]”. “[Le] mie sfere, infatti, ricordano in un certo senso la rottura e la disintegrazione dell'atomo”.
Arnaldo Pomodoro.
Fonte | www.archimagazine.com/bpomodoro.htm
COMPOSIZIONE GENERALE: Prima sfera in fiberglass, diametro 350 cm. Posizionata su estremità di cono in terra-calcestruzzo. Seconda sfera in bronzo, diametro 350 cm. In posizione centrale a sfioro su piano d’acqua circolare. Collocata su l’asse centrale rispetto di Piazza della libertàspostata verso viale Trieste. La Sfera, nella sua geometria, si configura come un solido continuo, che lascia leggere la forma primordiale e primigenia, aprendosi con un’ampia scanalatura ad arco che consente di vedere le numerose componenti interne, di soldi prismatici e lame continue.
ESEMPLARI:
Sfera grande, 1966-1967
1] bronzo ø 350 cm
2] fiberglass ø 350 cm
1] 2 esemplari + 2 prove d'artista
2] 2 esemplari
Teheran, Eram Park | bronzo
Roma, Ministero degli Affari Esteri | bronzo
Pesaro, piazzale della Libertà | bronzo
Pesaro, lungomare | Dal 1971 al 1998 fiberglass
New York, The Mount Sinai Hospital | bronzo
Fonte | Arnaldo Pomodoro Catalogue Raisonné [427-AP250] |
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BIOGRAFIA:
Arnaldo Pomodoro nasce nel Montefeltro, 1926, vive e trova l’incoraggiamento all’arte presso la città di Pesaro. Dal 1954 si trasferisce stabilmente a Milano.
La produzione artistica inizia negli anni ‘50 quando realizza altorilievi dove emerge una peculiare “scrittura”, che viene ampiamente interpretata dai maggiori critici. Successivamente assume come soggetto di studio forme tridimensionali di sfere, cubi, piramidi, coni, colonne, dischi, in bronzo, interpretati con una superficie liscia all’esterno ed un interno di materia frantumata e caotica. Le forme rompono la perfezione per celare il mistero, mantengono i loro profili per poi essere squarciate, corrosione, scavate nel loro intimo. La dualità fra interno ed esterno sarà una costante nella sua produzione. Nel 1966 inizia la realizzazione di opere monumentali con la commissione della “sfera grande” di tre metri e mezzo di diametro per l’Expo di Montreal.
Gli spazi pubblici saranno i luoghi dediti alle innumerevoli sculture di grande suggestione e importanza simbolica: nelle piazze di Milano, Copenaghen, Brisbane, Los Angeles, Darmstadt, di fronte al Trinity College dell’Università di Dublino, al Mills College in California, nel Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, di fronte alle Nazioni Unite a New York, nella sede parigina dell’Unesco, nei parchi sculturali della Pepsi Cola a Purchase e dello Storm King Art Center a Mountainville, poco distanti da New York City.
Fra le opere ambientali incompiute il Progetto per il Cimitero di Urbino del 1973 scavato dentro la collina urbinate, a Moto terreno solare, il lungo murale in cemento per il Simposio di Minoa a Marsala, dalla Sala d’Armi per il Museo Poldi Pezzoli di Milano, all’environment Ingresso nel labirinto, dedicato all’Epopea di Gilgamesh, fino al Carapace, la cantina di Bevagna realizzata per la famiglia Lunelli. Memorabili mostre antologiche e le esposizioni itineranti che si sono svolte in Europa, Stati Uniti, Australia e Giappone.Si è dedicato alla scenografia già dalle attività svolte con il GAD di Pesaro all’inizio della sua attività. Ha realizzato ‘‘macchine spettacolari’’ per numerosi lavori teatrali, dalla tragedia greca al melodramma, dal teatro contemporaneo alla musica. Insegna nei dipartimenti d'arte delle università americane: Stanford University, University of California a Berkeley, Mills College. Riceve numerosi premi e importanti riconoscimenti, in particolare nel 1992 il Trinity College dell'Università di Dublino gli conferisce la Laurea honoris causa in Lettere e nel 2001 l’Università di Ancona quella in Ingegneria edile-architettura.
Fonte | www.arnaldopomodoro.it/biography
BIBLIOGRAFIA:
TESTI RELATIVI L’ARTISTA
L'ingresso nel labirinto di Arnaldo Pomodoro, con-fine edizioni, Monghidoro, 2016
Arnaldo Pomodoro, Skira editore, Milano, 2016
Arnaldo Pomodoro. Sculture per San Leo e per Cagliostro, Skira editore, Milano, 1998
Aldo Colonetti (a cura di), Arnaldo Pomodoro. Carapace. La cantina della Tenuta Castelbuono, Editrice Compositori, Bologna, 2012
Aldo Colonetti e Ada Masoero (a cura di), Arnaldo Pomodoro. 4 progetti visionari, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano, 2016
Arnaldo Pomodoro. Grandi Opere 1972- 2008, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano, 2008
Arnaldo Pomodoro e il Museo Poldi Pezzoli. La Sala d'Armi, Edizioni Olivares, Milano, 2004
Arnaldo Pomodoro nei giardini del Palais-Royal di Parigi, Skira editore, Milano, 2003
Arnaldo Pomodoro, Francesco Leonetti, L'arte lunga, Feltrinelli, Milano, 1992
Arnaldo Pomodoro al Forte del Belvedere, De Luca Editore, Rome, 1986
Arnaldo Pomodoro, Amilcare Pizzi, Cinisello Balsamo, 1974
Arnaldo Pomodoro Leonardo della Chiara. Dieci momenti in stretta collaborazione Colpo d'ala di Arnaldo Pomodoro, Fratelli Palombi editori, Roma, 1998
Francesco Leonetti (a cura di), Il cimitero sepolto. Un progetto di Arnaldo Pomodoro per Urbino, Feltrinelli Editore, Milano, 1982
Guido Ballo, Dalla poetica del segno alla presenza continua. Arnaldo e Giò Pomodoro, Luigi Maestri editore, Milano, 1962
Guido Ballo, Le origini romagnole di Boccioni e la scultura omaggio di Arnaldo Pomodoro, Gabriele Mazzotta editore, Milano, 1984
Italo Mussa (a cura di), Luoghi fondamentali. Sculture di Arnaldo Pomodoro, Fabbri Editori, Milano, 1984
Laura Berra e Bitta Leonetti (a cura di), Scritti critici per Arnaldo Pomodoro e opere dell'artista 1955-2000, Lupetti Editore di comunicazione, Milano, 2000
Libro per le sculture di Arnaldo Pomodoro, Gabriele Mazzotta editore, Milano, 1974
Stefano Esengrini (a cura di), Arnaldo Pomodoro, Forma, segno, spazio. Scritti e dichiarazioni sull'arte, Maretti editore, Falciano, 2014
Antonio Calbi (a cura di), Arnaldo Pomodoro. Il teatro scolpito, Feltrinelli e Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano, 2012
Renato Barilli (a cura di), Arnaldo Pomodoro, Il Vicolo Divisione Libri, Cesena, 1995
Rudy Chiappini (a cura di), Arnaldo Pomodoro, Skira editore, Milano, 2004
Sam Hunter (a cura di), Arnaldo Pomodoro, Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1995
Sandro Parmiggiani (a cura di), Arnaldo Pomodoro. Opere 1960 - 2005, Skira editore, Reggio Emilia, 2006Sergio Troisi (a cura di), Arnaldo Pomodoro. Opera grafica, progetti visionari, sculture, Electa, Napoli, 1997
Fonte | www.arnaldopomodoro.it/publications
TESTI IN CUI È CITATA L’OPERA
Fonte | vai alla pagina
DOCUMENTI D’ARCHIVIO
Lettera Pesaro, 07 giugno 1991 da Leonardo Della Chiara a Arnaldo Pomodoro
Lettera Milano, 14 giugno 1991 da Arnaldo Pomodoro a Leonardo Della Chiara
Lettera Milano, 18 giugno 1991 da Studio Arnaldo Pomodoro a Leonardo Della Chiara
Lettera Milano, 01 aprile 1997 da Arnaldo Pomodoro a Oriano Giovanelli
Biglietto, 30 maggio 1998 da Arnaldo Pomodoro a Leonardo Della Chiara
Lettera Milano, 01 ottobre 1998 da Arnaldo Pomodoro a Leonardo Della Chiara
Lettera Milano, 10 ottobre 2006 da Arnaldo Pomodoro a Leonardo Della Chiara
Resto del Carlino Pesaro, 01 febbraio 1996 di Maurizio Gennari
Resto del Carlino Pesaro, 21 maggio 1998 di Maurizio Gennari
Resto del Carlino Pesaro, 23 maggio 1998 di Maurizio Gennari
Corriere Adriatico Pesaro, 23 maggio 1998
Resto del Carlino Pesaro, 21 febbraio 2008 di Maurizio Gennari
Comune di Pesaro, Settore OO. PP., P.g. 9187 PS 3342, 01 ottobre 1997 Collocazione della scultura
“Sfera Grande” di Arnaldo Pomodoro si specchio d’acqua in piazzale della libertà
Giardino Piazzale della Libertà, promemoria e computo spese, 30 giugno 2006 Studio Della Chiara, con lettera appunti di Arnaldo Pomodoro
Studi grafici di Arnaldo Pomodoro. Piazzale delle Libertà. I nuovi giardini con la sfera in bronzo collocata sull’acqua
Preventivo spesa, Istruzioni per la pulitura delle mie sculture in bronzo, 05 maggio 2009
DIALOGHI
Vittorio Livi, imprenditore, FIAM e Maurizio Gennari, giornalista, Resto del Carlino

Scheda a cura di Arch. Valentina Radi


Loreno Sguanci, Porta a mare, 1976, Viale Trieste Pesaro

Loreno Sguanci

“Porta a mare”

Pesaro, Viale Trieste

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Loreno Sguanci

Datazione

1976

Dimensioni

H. 400 cm x L. 400 cm x 300 cm

Luogo di collocazione

Pesaro, Viale Trieste (ora è installata una copia poiché originale, di proprietà della Pubblica Amministrazione, è in attesa di restauro)

Materiale

Legno (abete) e interventi di colore

Soggetto

Rielaborazione simbolica di un’antica porta a due battenti di accesso alla città posta a confine tra terra e mare

STORIA: L’opera “Porta a Mare”, dello scultore Loreno Sguanci, è espressione di un più ampio percorso che ha origine dall’idea, affermatasi alla fine degli anni sessanta, di tornare a vivere la città come luogo di un nuovo e possibile dialogo fra arte e spazio pubblico. Un’idea che a Pesaro, rispettivamente nel 1971, ’72 e ‘73, ha condotto alla realizzazione di tre importanti eventi che, attraverso l’esposizione delle opere di M. Ceroli, A. Pomodoro e E. Colla, videro il coinvolgimento dello spazio urbano come spazio espositivo in cui realizzare dialoghi forti, inconsueti e suggestivi tra “segni” appartenenti a tempi lontani e comunicanti esperienze culturali ed esistenziali tra loro diverse. A questi eventi seguirono a livello nazionale la pubblicazione del libro “Urgenza nella città” di Francesco Somaini ed Enrico Crispolti e subito dopo l’iniziativa per lo spazio urbano, “Volterra 73”. A livello locale il rafforzarsi del rapporto tra Amministrazione Pubblica e operatori artistici condusse, nel 1975, alla definizione dell’iniziativa “la città come spazio operativo” che proponeva la realizzazione di opere plastiche nel e per lo spazio urbano, le opere, infatti, dovevano essere progettate per la zona mare della città ed in essa installate in modo definitivo.
L’operazione nel suo complesso coinvolse, fin dall’inizio, il Comune, gli scultori, i cittadini e gli sponsor e nelle Circoscrizioni vennero realizzati incontri e dibattiti. All’iniziativa vennero chiamati i seguenti artisti: Giò Pomodoro, Marcello Guasti, Loreno Sguanci, Mauro Staccioli. Gli artisti invitati, provenienti da altre città, furono ospitati a Pesaro e svolsero il lavoro di progettazione degli interventi plastici tenendo conto dello spazio in cui dovevano essere inseriti e della rete relazionale che doveva essere generata tra queste nuove presenze, la collettività e la natura fisica ed evocativa del luogo preso in esame. L’attività artistica degli scultori fu resa fruibile in ogni sua fase e la cittadinanza ebbe la possibilità di seguire i diversi momenti di ideazione e progettazione di tutte le opere. Si ebbe così la possibilità di seguire il progetto di Mauro Staccioli, relativo ad un grande trave in cemento armato con una testa metallica puntata verso il mare che doveva essere installato a Baia Flaminia, di prendere visione delle singole fasi del progetto di Giò Pomodoro, comprendente la realizzazione di una piazzetta attraverso parti modulari una delle quali doveva contenere una scultura in marmo, nonché di assistere passo dopo passo alla realizzazione e alla collocazione in Viale Trieste dei segni monumentali di Loreno Sguanci ( “Porta a Mare”) e di Marcello Guasti (“All’interno dell’ovale”).
FUNZIONE DELL’OPERA: L’opera “Porta a Mare” è espressione concreta dell’iniziativa del 1975 “La città come spazio operativo” e rappresenta, tra l’altro, l’esigenza evidenziata da alcuni scultori, come ha scritto lo stesso Loreno Sguanci, di “vivere nella società in modo più diretto e partecipativo” realizzando “segni” appartenenti alla vita contemporanea e alla collettività capaci di “rispondere all’esigenza del bello, della poesia e alla necessità di una nuova riflessione critica” sul presente.
DESCRIZIONE: Per quanto concerne la descrizione dell’opera si ritiene utile riportare quanto scritto dallo scultore “Io, Loreno Sguanci, progettai una scultura in legno che realizzai per uno spazio sempre sul lungo mare dov’è tuttora visibile. Immaginai una porta perché ricordavo le mura e le porte di Pesaro demolite nei primi decenni del novecento. Ho pensato al legno, frutto della terra, lavorato dai calafati per far vivere di mare la città. Immaginai la porta come due ante semiaperte contro l’orizzonte, un varco attraverso il quale vedere l’altro spazio che compone la città nella sua storia e nella sua vita di terra e di mare. Poiché la “Porta a Mare” nasce all’internodell’iniziativa “La città come spazio operativo” per una sua più ampia descrizione e conoscenza dei contenuti appare funzionale riportare qui di seguito ciò che a tal proposito Loreno Sguanci ebbe modo di dichiarare “Credo che le iniziative fino a ora enunciate siano quelle che hanno mosso alla comprensione del possibile avvicinamento dell’aspetto immaginativo con l’aspetto amministrativo della città. Penso che oggi sia recepito il fatto che la fantasia è un volano per i segni ed il pensiero e che la fantasia promuova anche l’economia, che la fantasia aiuta la ragione; insomma credo che la fantasia non sia più sentita come un qualcosa in più che se c’è va bene ma che se manca va bene ugualmente. Credo che la spesa per la cultura sia ormai considerata necessaria quanto quella prevista per la realizzazione delle cose pratiche”.
COMPOSIZIONE: L’opera “Porta a Mare” è costituita dall’assemblaggio di travi di legno disposti a scalare dal centro verso le estremità, legati tra loro da fasce in ferro e le cui facce interne sono colorate di rosso. Il sostegno è dato dall’appoggio a terra e da quattro travi che come contrafforti diagonali puntellano le due ante. Ogni anta è di 180 cm ed è formata da 7 pali in abete di 25 cm di spessore l’uno. Il numero totale dei pali utilizzati per la Porta è di 23 di cui 14 per le ante, 5 per la pedana a terra e 4 per i puntelli diagonali. Per proteggere il legno sono stati collocati, in testa e alla base dei travi, 28 cappelletti di rame riempiti internamente di catrame. I battenti sono ritmati, su tutte e due i lati e sia nella parte superiore che in quella inferiore, dall’alterna cadenza di rombi di identica misura sbozzati ad ascia e rifiniti a sgorbia le cui superfici sono evidenziate da campiture azzurre. La pedana a terra consente il passaggio da un fronte all’altro.
BIOGRAFIA: Loreno Sguanci (Firenze 1931 – Pesaro 2011), frequenta l’Istituto d’Arte di Porta Romana diplomandosi al Magistero di scultura sotto la guida del Prof. Bruno Innocenti e nel 1952 si trasferisce a Pesaro per insegnare Discipline plastiche presso l’allora Istituto d’Arte F. Mengaroni. A Pesaro continua la sua ricerca artistica attraverso una serrata attività che muovendo da un’iniziale espressione figurativa lo porta ad indagare diversi materiali e nuovi linguaggi formali. Alla fine degli anni cinquanta i suoi rapporti con la critica e le gallerie si intensificano e nel 1962 è organizzata la prima mostra personale a Roma presso la galleria L’Obelisco di Gaspero Del Corso. Nel 1963 è invitato alla Biennale dei Giovani a Parigi e nel 1965 è presente alla Quadriennale d’Arte di Roma dove, nella sala personale a sua disposizione, espone una serie di opere di grandi dimensioni, in legno e in legno e rame, che si sviluppano secondo forme organicistiche. Invitato in numerosi paesi europei per rappresentare con le sue opere la scultura contemporanea italiana e chiamato a realizzare diversi monumenti nel nostro territorio, la sua ricerca prosegue nello studio di Pesaro e negli anni settanta affronta con rinnovato vigore lo studio del segno collegato alla creazione di sculture di grandi dimensioni che lo condurrà alla realizzazione di opere progettate per rapportarsi con la città come la “Grande Parete” in legno e colore di Volterra 73 e la “Porta a Mare” di Pesaro del 1976. Gli anni ottanta e novanta sono caratterizzati dalle grandi “Tavole dei segni” realizzate con un legno durissimo l’Azobè. Di questo periodo sono anche le sculture per lo spazio pubblico tra le quali possiamo ricordare i Poli-S-Pali del 1980 (i cui cinque elementi verticali alti sei metri, variamente modulati e colorati, possono essere trasportati e presentati seguendo diverse possibilità compositive a seconda degli eventi pubblici che si vogliono segnalare all’attenzione dei cittadini). Del 1992 sono invece il “Luogo della Memoria” e “Sorgente”, il “Luogo della memoria” è stato realizzato per uno spazio urbano riedificato nel quale già in precedenza esisteva una struttura industriale di vitale importanza economica e sociale per la città di Pesaro mentre “Sorgente” è una fontana piramidale che emerge dal terreno dello spazio urbano di Piazza I Maggio. Nel 1995 Loreno Sguanci viene invitato a Brufaper realizzare nel parco sculture, con un trave lamellare di rovere alto 10 metri, il “Grande segno”.
Nel 2006 realizza, sempre per Pesaro; la monumentale “Falena” rossa e nera in acciaio corten e la “Fiocina di Nettuno” alta 11 metri per il Lido di Fano. Nel 2007 progetta ed esegue “l’angolo del poeta” per la piazza di Baia Flaminia a Pesaro. Impegnato nella ricerca artistica Loreno Sguanci ha saputo dare un importante contributo non solo alla cultura ma anche alla vita politica e sociale della città in cui ha scelto di lavorare svolgendo l’incarico di Assessore alla Cultura nel 1994, dando vita, assieme all’allora Sindaco Oriano Giovannelli, nel 1996, al Centro Arti Visive Pescheria di cui fu il primo Direttore e partecipando alla fondazione dell’Associazione Azobè onlus e al suo Centro di Sostegno alle Funzioni Educative Familiari “Baricentro”.

BIBLIOGRAFIA: Documenti, testi audio e testi scritti di proprietà dell’Associazione Archivio Loreno Sguanci. “Arte italiana contemporanea” Ed. La Ginestra. “Arte contemporanea in Italia” Ed. Presenza.
Enciclopedia universale “Seda” Milano. Cronovideografie - Pesaro tra provincia e mondo 1945 – 1980 Ed. Franco Cosimo Panini. Catalogo Bolaffi d’arte moderna 1964 Ed. Bolaffi Torino

Scheda a cura di Prof.ssa Mariastella Sguanci


Loreno Sguanci, Poli s Pali, 1980, Piazzale Staranzano

Loreno Sguanci

“Poli/s/Pali”

Pesaro – 1980 piazzale Staranzano.

Tipologia di manufatto

Cinque elementi in legno con interventi di colore issati su geometriche basi metalliche e componibili secondo schemi variabili nello spazio urbano in cui vengono inseriti.

Autore

Loreno Sguanci

Datazione

1980

Dimensioni

H. 600 cm x L. 25 cm x 25 cm

Luogo di collocazione

Pesaro, piazzale Staranzano

Materiale

Legno (abete) e interventi di colore. Ferro per le basi geometriche di sostegno

Soggetto

Gruppo mobile composto da cinque elementi verticali sostenuti da basi quadrangolari in ferro, aperto a diversi schemi compositivi e ideato per indicare la presenza di manifestazioni ed eventi pubblici.

STORIA: La ricerca artistica di Loreno Sguanci è stata da sempre caratterizzata dalla forte esigenza di confrontarsi con la realtà percepita come corpo molteplice da indagare e conoscere, come luogo vitale dal quale ha origine ogni riflessione sia del singolo che della collettività. Questa idea di un rapporto dialettico tra spazio dell’io e spazio della comunità fa si che le opere realizzate da Loreno Sguanci per il tessuto urbano si configurino tutte come nodi stringenti tra elementi dinamici di varia natura ed anche i Poli/s/Pali possiedono questa connotazione, ovvero, sono l’evidente espressione di una concreta possibilità di dialogo e di incontro tra gli opposti, sono un richiamo al confronto, l’occasione per permettere al pensiero di muoversi tra la consapevolezza di una propria originaria identità e la riscoperta di una appartenenza ad una storia culturale e comunitaria più vasta. Per questo, pur non scaturendo direttamente dall’esperienza del 1975 “La città come spazio operativo”, i Poli/s/Pali partecipano intensamente della stessa tensione culturale che caratterizzò quell’iniziativa. Il gruppo plastico infatti, è ideato per essere trasportato ed installato secondo vari schemi compositivi all’interno di un tessuto urbano già caratterizzato da segni di spessore storico e naturale invariabili. I cinque elementi che costituiscono il gruppo hanno sommità cuspidate segnate da vivaci colori, la suggestione che provocano è quella di antichi obelischi, di totem pronti a sollecitare costantemente l’immaginario collettivo con il loro essere segno incisivo inteso come forte richiamo rivelatore di momenti di riflessione collettiva strutturati su inalterati ed inalterabili valori umani, culturali e civili. Il gruppo plastico è stato utilizzato per la prima volta in occasione dell’inaugurazione, dopo il restauro durato 14 anni, del teatro Rossini avvenuta nel 1980 in concomitanza con la prima edizione del Rossini Opera Festival. Innalzati nel cortile di Palazzo Toschi – Mosca i Poli/s/Pali avevano il compito di indicare il luogo in cui si dovevano tenere concerti e balletti moderni compresi nelle manifestazioni del Festival stesso. Nel tempo questa funzione di fantastico segnale araldico, di risposta nascente dalla città e per la città è stata più volte svolta dal gruppo dei Poli/s/Pali all’interno del nostro territorio e nel 1981 il Comune di Firenze chiese di avere in prestito il gruppo per poterlo esporre sia come imponente indicatore plastico che come espressione artistica autonoma animata da una propria vitale energia fantastica e contemplativa all’interno del Giardino delle Oblate. Dopo essere stati eretti per un lungo periodo davanti al complesso edilizio di via Nanterre contenente al suo interno il servizio dell’ASUR, la circoscrizione e la biblioteca di quartiere, i Poli/s/Pali sono ora collocati nel parco pubblico presente nella stessa via.

FUNZIONE DELL’OPERA: I Poli/s/Pali sono concepiti come elementi trasportabili e componibili secondo vari schemi all’interno del tessuto urbano ed hanno la funzione di indicare con la loro presenza manifestazioni pubbliche concepite come importanti momenti di verifica collettiva.

DESCRIZIONE: I Poli/s/Pali sono costituiti da 5 elementi plastici lignei variamente componibili. Questi elementi, rievocanti totem o antichi obelischi, sono rastremati verso l’alto e possiedono una forte quanto autorevole regalità. Il loro sviluppo verticale è scandito alla sommità da forme geometriche ripetute e concatenate la cui precisione formale viene evidenziata dalla presenza del colore steso per campiture piatte. Il giallo, il rosso, l’azzurro, il bianco e il nero che caratterizzano le singole strutture ne rafforzano l’idea di segnali e di indicatori di momenti significativi per la collettività.

COMPOSIZIONE: I 5 elementi che costituiscono il gruppo plastico sono in legno di abete e hanno un’altezza di 6 metri. I 5 elementi sono tra loro separati e indipendenti in quanto ognuno è sostenuto da una base quadrangolare in ferro che consente di variare la composizione e di renderli trasportabili sia all’interno del territorio di Pesaro che, su richiesta di altre amministrazioni comunali, al di fuori di esso in occasione di eventi di carattere pubblico.

BIOGRAFIA: Loreno Sguanci (Firenze 1931 – Pesaro 2011), frequenta l’Istituto d’Arte di Porta Romana diplomandosi al Magistero di scultura sotto la guida del Prof. Bruno Innocenti e nel 1952 si trasferisce a Pesaro per insegnare Discipline plastiche presso l’allora Istituto d’Arte F. Mengaroni. A Pesaro continua la sua ricerca artistica attraverso una serrata attività che muovendo da un’iniziale espressione figurativa lo porta ad indagare diversi materiali e nuovi linguaggi formali. Alla fine degli anni cinquanta i suoi rapporti con la critica e le gallerie si intensificano e nel 1962 è organizzata la prima mostra personale a Roma presso la galleria L’Obelisco di Gaspero Del Corso. Nel 1963 è invitato alla Biennale dei Giovani a Parigi e nel 1965 è presente alla Quadriennale d’Arte di Roma dove, nella sala personale a sua disposizione, espone una serie di opere di grandi dimensioni, in legno e in legno e rame, che si sviluppano secondo forme organicistiche. Invitato in numerosi paesi europei per rappresentare con le sue opere la scultura contemporanea italiana e chiamato a realizzare diversi monumenti nel nostro territorio, la sua ricerca prosegue nello studio di Pesaro e negli anni settanta affronta con rinnovato vigore lo studio del segno collegato alla creazione di sculture di grandi dimensioni che lo condurrà alla realizzazione di opere progettate per rapportarsi con la città come la “Grande Parete” in legno e colore di Volterra 73 e la “Porta a Mare” di Pesaro del 1976. Gli anni ottanta e novanta sono caratterizzati dalle grandi “Tavole dei segni” realizzate con un legno durissimo l’Azobè. Di questo periodo sono anche le sculture per lo spazio pubblico tra le quali possiamo ricordare i Poli-S-Pali del 1980 (i cui cinque elementi verticali alti sei metri, variamente modulati e colorati, possono essere trasportati e presentati seguendo diverse possibilità compositive a seconda degli eventi pubblici che si vogliono segnalare all’attenzione dei cittadini). Del 1992 sono invece il “Luogo della Memoria” e “Sorgente”, il “Luogo della memoria” è stato realizzato per uno spazio urbano riedificato nel quale già in precedenza esisteva una struttura industriale di vitale importanza economica e sociale per la città di Pesaro mentre “Sorgente” è una fontana piramidale che emerge dal terreno dello spazio urbano di Piazza I Maggio. Nel 1995 Loreno Sguanci viene invitato a Brufa per realizzare nel parco sculture, con un trave lamellare di rovere alto 10 metri, il “Grande segno”. Nel 2006 realizza, sempre per Pesaro; la monumentale “Falena” rossa e nera in acciaio corten e la “Fiocina di Nettuno” alta 11 metri per il Lido di Fano. Nel 2007 progetta ed esegue “l’angolo del poeta” per la piazza di Baia Flaminia a Pesaro. Impegnato nella ricerca artistica Loreno Sguanci ha saputo dare un importante contributo non solo alla cultura ma anche alla vita politica e sociale della città in cui ha scelto di lavorare svolgendo l’incarico di Assessore alla Cultura nel 1994, dando vita, assieme all’allora Sindaco Oriano Giovannelli, nel 1996, al Centro Arti Visive Pescheria di cui fu il primo Direttore e partecipando alla fondazione dell’Associazione Azobè onlus e al suo Centro di Sostegno alle Funzioni Educative Familiari “Baricentro”.

BIBLIOGRAFIA: Documenti, testi audio e testi scritti di proprietà dell’Associazione Archivio Loreno Sguanci. “Arte italiana contemporanea” Ed. La Ginestra.
“Arte contemporanea in Italia” Ed. Presenza.
Enciclopedia universale “Seda” Milano.
Cronovideografie - Pesaro tra provincia e mondo 1945 – 1980 Ed. Franco Cosimo Panini.
“Loreno Sguanci Territorio, materia, segno 1964/1994” Ed. Fortuna Fano - “Sguanci sculture” Stampa Grapho 5.

scheda a cura di professoressa Mariastella Sguanci


Loreno Sguanci, Sorgente, 1992, Piazzale Primo Maggio

Loreno Sguanci

“Sorgente”

Pesaro, Piazza I° Maggio

Tipologia di manufatto

Scultura per lo spazio pubblico

Autore

Loreno Sguanci

Datazione

1996

Dimensioni

H. 200 cm x L. 200 cm x 100 cm

Luogo di collocazione

Pesaro, Centro Storico,Piazza I° Maggio

Materiale

Granito (nero assoluto) e puntale in bronzo

Soggetto

La “sorgente” è una rielaborazione simbolica di presenze finalizzata a ristabilire un contatto con la storia del luogo ( area dell’antico monastero degli Agostiniani)

STORIA: L’opera “Sorgente” è l’espressione di una strategia progettuale fortemente motivata dal pensiero di tornare a vivere la città come luogo di un nuovo e possibile dialogo fra arte e spazio pubblico. Il gruppo “Verde e Ambiente Urbano” ( arch.tti S. Mastrangelo, C. Filippetti, A. Paianini, C. Tarca e ing. S. Bocconcelli) incaricato dall’Amministrazione Comunale per il progetto di riqualificazione del piazzale, coinvolse, fin dall’inizio, lo scultore Loreno Sguanci. Da tale scelta emerse un progetto unitario nel quale la scultura supera il concetto di semplice collocazione in uno spazio (spesso a posteriori e a fini decorativi) diventando parte integrante e guida del progetto. Non a caso Loreno Sguanci non si limita alla definizione progettuale dell’opera scultorea ma partecipa attivamente producendo immagini suggestive dello spazio pubblico di nuova realizzazione. Il progetto si basava su un’attenta lettura dello spazio e delle architetture che definivano la piazza. Il tema progettuale riguardava la creazione di un nuovo spazio pubblico attraverso un intervento sulle pavimentazioni , la salvaguardia della vegetazione esistente e l’introduzione di nuove alberature. Con il progetto si ottenne la parziale pedonalizzazione di uno spazio precedentemente adibito a rotatoria automobilistica . La piazza sorge sul sedime di un antico convento Agostiniano il cui ricordo torna alla memoria e si rinnova. La pavimentazione in cotto si solleva e si apre alla spinta della piramide in granito nero e bronzo che pare riemergere dal sottosuolo trasformandosi in fontana a simbolo della continuità nella storia della città. Riferendosi a questa scultura Enrico Crispolti scrive :”….un esempio minimale di grande civiltà dell’immagine in un contesto antropologico-ambientale di forte tradizione della forma ….. La presenza di Sguanci si rinnova…..lasciando segni di una consapevolezza acuta del proprio tempo, nel dialogo tuttavia, felicemente spontaneo, con lo spessore di una continuità storica che in quei luoghi ancora puoi percepire come realtà quotidiana.”

FUNZIONE DELL’OPERA: L’opera “Sorgente” esprime l’intento artistico di Loreno Sguanci, di “vivere nella società in modo più diretto e partecipativo” realizzando “segni” appartenenti alla vita contemporanea e alla collettività capaci di “rispondere all’esigenza del bello, della poesia e alla necessità di una nuova riflessione critica” sul presente. La fontana di piazza I° Maggio ripropone, rivisitandolo, il tema della presenza dell’acqua nello spazio urbano. L’acqua scaturisce dal sottosuolo proponendo il tema della rinascita e della continuità della vita.

DESCRIZIONE: La “Sorgente” di Loreno Sguanci è di granito nero con scanalature proporzionate al deflusso dell’acqua che scaturisce da un puntale in bronzo. La struttura emerge dal terreno sollevando i riquadri di cotto e portando in superficie l’acqua che, scorrendo lungo le pareti ridiscende in una apposita fenditura sotto il pavimento. Interno-esterno, profondità-superficie, vengono così collegati da un moto leggero, circolare che sgorga, affiora e rientra, un moto che possiede il ritmo ed il suono di una cascatella, che invita a sostare, a fermarsi per osservare, pensare, ricordare e intessere nuovi dialoghi.

COMPOSIZIONE: L’opera “Sorgente” è realizzata mediante l’assemblaggio di 4 lastre in granito nero scanalate, costituenti le quattro facce della piramide scolpite dall’artista per favorire un costante deflusso dell’acqua. Le lastre sono sostenute da una struttura muraria che contiene l’impianto di adduzione e raccolta dell’acqua in un ciclo continuo. L’acqua che scorre, si incunea in un taglio prodotto dal sollevamento della pavimentazione in mattoni per defluire in un pozzetto da cui una pompa la riporta in alto. L’apice della piramide è un puntale in bronzo con incisioni geometriche tipiche del linguaggio dell’artista, tra il puntale e le sottostanti lastre esiste una feritoia da cui scaturisce l’acqua.

BIOGRAFIA: Loreno Sguanci nasce a Firenze nel 1931, frequenta l’Istituto d’Arte di Porta Romana diplomandosi al Magistero di scultura sotto la guida del Prof. Bruno Innocenti e nel 1952 si trasferisce a Pesaro per insegnare Discipline plastiche presso l’allora Istituto d’Arte F. Mengaroni. A Pesaro continua la sua ricerca artistica attraverso una serrata attività che muovendo da un’iniziale espressione figurativa lo porta ad indagare diversi materiali e nuovi linguaggi formali. Alla fine degli anni cinquanta i suoi rapporti con la critica e le gallerie si intensificano e nel 1962 è organizzata la prima mostra personale a Roma presso la galleria L’Obelisco di Gaspero Del Corso. Nel 1963 è invitato alla Biennale dei Giovani a Parigi e nel 1965 è presente alla Quadriennale d’Arte di Roma dove, nella sala personale a sua disposizione, espone una serie di opere di grandi dimensioni, in legno e in legno e rame, che si sviluppano secondo forme organicistiche. Invitato in numerosi paesi europei per rappresentare con le sue opere la scultura contemporanea italiana e chiamato a realizzare diversi monumenti nel nostro territorio, la sua ricerca prosegue nello studio di Pesaro e negli anni settanta affronta con rinnovato vigore lo studio del segno collegato alla creazione di sculture di grandi dimensioni che lo condurrà alla realizzazione di opere progettate per rapportarsi con la città come la “Grande Parete” in legno e colore di Volterra 73 e la “Porta a Mare” di Pesaro del 1976. Gli anni ottanta e novanta sono caratterizzati dalle grandi “Tavole dei segni” realizzate con un legno durissimo l’Azobè. Di questo periodo sono anche le sculture per lo spazio pubblico tra le quali possiamo ricordare i Poli-S-Pali del 1980 (i cui cinque elementi verticali alti sei metri, variamente modulati e colorati, possono essere trasportati e presentati seguendo diverse possibilità compositive a secondo degli eventi pubblici che si vogliono segnalare all’attenzione dei cittadini). Del 1992 sono invece il “Luogo della Memoria” e “Sorgente”, il “Luogo della memoria” è stato realizzato per uno spazio urbano riedificato nel quale già in precedenza esisteva una struttura industriale di vitale importanza economica e sociale per la città di Pesaro mentre “Sorgente” è una fontana piramidale che emerge dal suolo dello spazio urbano di Piazza I° Maggio. Nel 1995 Loreno Sguanci viene invitato a Brufa per realizzare nel parco sculture, con un trave lamellare di rovere alto 10 metri, il “Grande segno”. Nel 2006 realizza, sempre per Pesaro; la monumentale “Falena” rossa e nera in acciaio corten e la “Fiocina di Nettuno” alta 11 metri per il Lido di Fano. Nel 2007 progetta ed esegue “l’angolo del poeta” per la piazza di Baia Flaminia a Pesaro. Impegnato nella ricerca artistica Loreno Sguanci ha saputo dare un importante contributo non solo alla cultura ma anche alla vita politica e sociale della città in cui ha scelto di lavorare svolgendo l’incarico di Assessore alla Cultura nel 1994, dando vita, assieme all’allora Sindaco Oriano Giovannelli, nel 1996, al Centro Arti Visive Pescheria di cui fu il primo Direttore e partecipando alla fondazione dell’Associazione Azobè onlus e al suo Centro di Sostegno alle Funzioni Educative Familiari “Baricentro”.

BIBLIOGRAFIA:
Documenti, testi audio e testi scritti di proprietà dell’Associazione Archivio Loreno Sguanci

scheda a cura di architetto Achille Paianini e Architetto Nadia Tarca


Loreno Sguanci, Memoria, 1992 via dei Fonditori

Loreno Sguanci

“Il luogo della memoria”

Pesaro, esterno del Centro commerciale, in posizione decentrata rispetto al Piazzale e più vicina alle strutture abitative. (interventi di restauro sulle parti cromatiche ed interventi di ordinaria manutenzione realizzati nel 2019/2020)

Tipologia di manufatto

Scultura per uno spazio commerciale ed abitativo edificato nel luogo in cui sorgeva l’ex complesso industriale Montecatini (poi divenuto Montedison)

Autore

Loreno Sguanci

Datazione

1992

Dimensioni

H. 800cm x L. 4oo cm x 400 cm

Luogo di collocazione

Pesaro, Centro Storico,Piazza I° Maggio

Materiale

Ferro colorato rosso, vetri azzurri e gialli

Soggetto

Struttura piramidale in ferro chiusa alla sommità da lastre di vetro trasparenti azzurre e gialle. L’opera è aperta nella zona inferiore per consentire la visione e il contatto con il reperto di archeologia industriale posto su un basamento e collocato al centro della struttura

STORIA:”Il Luogo della memoria” era parte di un intervento articolato realizzato per uno spazio urbano riedificato con una diversa destinazione d’uso rispetto alla precedente, uno spazio che era stato caratterizzato per lungo tempo da una vivace attività produttiva e dalla presenza di un’ampia struttura industriale. Per questa area nel cuore della città che subiva una nuova definizione attraverso la costruzione di un ipermercato con esercizi commerciali e uffici e all’esterno strutture abitative, nella via coperta su cui tutt’ora si aprono i diversi esercizi commerciali, a terra era stato ideato e realizzato una decorazione pavimentale che, utilizzando piastrelle industriali di gres, si svolgeva secondo moduli geometrici ripetuti e sviluppati seguendo cadenze aritmiche. L’arredo prevedeva, accanto allo studio di panchine e fioriere, quest’ultime mai realizzate, anche un “luogo della memoria” che doveva essere in legno e cristallo per contenere una macchina dell’ex Montecatini. Questa struttura piramidale è stata modificata in metallo e vetro e collocata nella piazza esterna mentre la pavimentazione della via interna non è ora più visibile perchè alcuni anni fa, durante lavori di modifica dell’ipermercato, è stata coperta.

FUNZIONE DELL’OPERA:Segno simbolico monumentale con valenza di ricordo per una esperienza produttiva e professionale importante per la collettività.

DESCRIZIONE:Il “Luogo della memoria” comprendeva la struttura piramidale e, nella via coperta interna che tuttora collega i vari esercizi commerciali, una pavimentazione in gres con disegni geometrici ottenuti con piastrelle di uguale dimensione e di cromia rossa e nera su base bianco-avorio disposte secondo uno schema compositivo modulare aritmico. Attualmente la composizione della pavimentazione non è più visibile e dell’intera ideazione progettuale rimane, collocata all’esterno, soltanto la struttura piramidale. Questa è alta otto metri, ha base quadrata, è composta da quattro travi metalliche rosse che partendo dagli angoli alla base si uniscono all’apice cuspidato definendo la forma geometrica della struttura. La piramide è chiusa in alto da lastre di vetro trasparente azzurre e gialle che, alternate come cromie, sono contenute all’interno di cornici metalliche che si sviluppano orizzontalmente seguendo uno schema romboidale. Al di sotto di queste la struttura è aperta e fruibile ed ha al suo interno, collocato su un basamento rettangolare, rialzato da terra da un gradone, un reperto di archeologia industriale utilizzato nell’ex stabilimento. Interessante, a questo proposito, è quanto ebbe a scrivere Enrico Crispolti “…a Pesaro, Sguanci, ha realizzato nel Centro commerciale e abitativo Miralfiore la pavimentazione di una galleria interna utilizzando varietà cromatiche di piastrelle industriali per ordirvi un disegno di modularità geometrica, semplice ed efficace. Un intervento sommesso, da scoprire percorrendolo, e contestualmente ben integrato. All’esterno, nel medesimo insieme, ha immaginato inoltre una struttura plastica in ferro e vetro, colorata, piramidale, per accogliere ed evidenziare come monitorio reperto d’archeologia industriale ed urbana e insieme di memoria di lavoro operaio una macchina per fresare proveniente dallo stabilimento industriale Montecatini preesistente nella zona”.

COMPOSIZIONE: L’opera “Il luogo della memoria” è composta da una struttura metallica piramidale rossa con il vertice cuspidato la cui altezza totale è di otto metri. La parte superiore è chiusa da lastre di vetro trasparente azzurre e gialle, la parte restante dell’opera è aperta ed al suo centro, issato su un basamento rettangolare in cemento disposto su un gradone, è collocato un reperto di archeologia industriale.

BIOGRAFIA:Loreno Sguanci (Firenze 1931 – Pesaro 2011), frequenta l’Istituto d’Arte di Porta Romana diplomandosi al Magistero di scultura sotto la guida del Prof. Bruno Innocenti e nel 1952 si trasferisce a Pesaro per insegnare Discipline plastiche presso l’allora Istituto d’Arte F. Mengaroni. A Pesaro continua la sua ricerca artistica attraverso una serrata attività che muovendo da un’iniziale espressione figurativa lo porta ad indagare diversi materiali e nuovi linguaggi formali. Alla fine degli anni cinquanta i suoi rapporti con la critica e le gallerie si intensificano e nel 1962 è organizzata la prima mostra personale a Roma presso la galleria L’Obelisco di Gaspero Del Corso. Nel 1963 è invitato alla Biennale dei Giovani a Parigi e nel 1965 è presente alla Quadriennale d’Arte di Roma dove, nella sala personale a sua disposizione, espone una serie di opere di grandi dimensioni, in legno e in legno e rame, che si sviluppano secondo forme organicistiche. Invitato in numerosi paesi europei per rappresentare con le sue opere la scultura contemporanea italiana e chiamato a realizzare diversi monumenti nel nostro territorio, la sua ricerca prosegue nello studio di Pesaro e negli anni settanta affronta con rinnovato vigore lo studio del segno collegato alla creazione di sculture di grandi dimensioni che lo condurrà alla realizzazione di opere progettate per rapportarsi con la città come la “Grande Parete” in legno e colore di Volterra 73 e la “Porta a Mare” di Pesaro del 1976. Gli anni ottanta e novanta sono caratterizzati dalle grandi “Tavole dei segni” realizzate con un legno durissimo l’Azobè. Di questo periodo sono anche le sculture per lo spazio pubblico tra le quali possiamo ricordare i Poli-S-Pali del 1980 (i cui cinque elementi verticali alti sei metri, variamente modulati e colorati, possono essere trasportati e presentati seguendo diverse possibilità compositive a seconda degli eventi pubblici che si vogliono segnalare all’attenzione dei cittadini). Del 1992 sono invece il “Luogo della Memoria” e “Sorgente”, il “Luogo della memoria” è stato realizzato per uno spazio urbano riedificato nel quale già in precedenza esisteva una struttura industriale di vitale importanza economica e sociale per la città di Pesaro mentre “Sorgente” è una fontana piramidale che emerge dal terreno dello spazio urbano di Piazza I Maggio. Nel 1995 Loreno Sguanci viene invitato a Brufa per realizzare nel parco sculture, con un trave lamellare di rovere alto 10 metri, il “Grande segno”. Nel 2006 realizza, sempre per Pesaro; la monumentale “Falena” rossa e nera in acciaio corten e la “Fiocina di Nettuno” alta 11 metri per il Lido di Fano. Nel 2007 progetta ed esegue “l’angolo del poeta” per la piazza di Baia Flaminia a Pesaro. Impegnato nella ricerca artistica Loreno Sguanci ha saputo dare un importante contributo non solo alla cultura ma anche alla vita politica e sociale della città in cui ha scelto di lavorare svolgendo l’incarico di Assessore alla Cultura nel 1994, dando vita, assieme all’allora Sindaco Oriano Giovannelli, nel 1996, al Centro Arti Visive Pescheria di cui fu il primo Direttore e partecipando alla fondazione dell’Associazione Azobè onlus e al suo Centro di Sostegno alle Funzioni Educative Familiari “Baricentro”.

BIBLIOGRAFIA:
Documenti, testi audio e testi scritti di proprietà dell’Associazione Archivio Loreno Sguanci. “Arte italiana contemporanea” Ed. La Ginestra.
“Arte contemporanea in Italia” Ed. Presenza.
Enciclopedia universale “Seda” Milano. Cronovideografie - Pesaro tra provincia e mondo 1945 – 1980 Ed. Franco Cosimo Panini.
Loreno Sguanci Territorio, Materia, Segno Ed. Fortuna Fano

scheda a cura di professoressa Mariastella Sguanci


Loreno Sguanci, La Grande Croce, 2000, via Lubiana

Loreno Sguanci

“La Croce”

Pesaro, sagrato della Chiesa di S. Croce in via Lubiana

Tipologia di manufatto

Croce monumentale

Autore

Loreno Sguanci

Datazione

2000

Dimensioni

H 650 cm x L 200 cm

Luogo di collocazione

Pesaro, sagrato della Chiesa di S. Croce in via Lubiana

Materiale

Legno lamellare modulato con tagli geometrici e interventi di rosso, con all’estremità dei bracci due lamine di rame ed al centro dell’incrocio dei bracci due placche in bronzo

Soggetto

Croce, simbolo della cristianità, segno che rivela un luogo sacro

STORIA: “La Croce” si innalza sul sagrato della chiesa di Santa croce in via Lubiana a Pesaro, la committenza dell’opera è legata alla comunità Parrocchiale guidata dall’allora parroco Alberto Levrini, ed ha avuto tra i principali finanziatori il comitato “Città per Alessia”. “La Croce”, che come tutte le opere presenti nello spazio urbano è espressione di un proficuo e costante confronto con la collettività, è stata benedetta il 26 novembre del 2000. Il rito, avvenuto nell’anno del Giubileo e in occasione del 25esimo della fondazione della Parrocchia, è stato presieduto da Mons. Angelo Bagnasco, all’epoca Arcivescovo di Pesaro, ha visto la partecipazione di tutti i parrocchiani ed è stato concepito come evento aperto all’intera cittadinanza. Fin da subito, infatti, la presenza della Croce è divenuta occasione per intessere e realizzare importanti cicli di conferenze che, organizzate dalla comunità di Santa Croce in collaborazione con gli uffici Cultura e Beni Culturali dell’Arcidiocesi, hanno visto la partecipazione di teologi e studiosi di chiara fama.

FUNZIONE DELL’OPERA: Simbolo della cristianità e Segno della parrocchia di Santa Croce

DESCRIZIONE: Per quanto concerne la descrizione dell’opera si ritiene utile riportare quanto scritto dallo scultore Loreno Sguanci “Si innalza nel cielo ed abbraccia il mondo: il simbolo della sofferenza si trasforma in quello della salvezza. Credo che questo pensiero abbia sorretto il mio lavoro di scultore nella realizzazione della grande Croce di via Lubiana aiutandomi ad immaginare un movimento plastico che, attraverso l’incrocio della struttura verticale con quella orizzontale, rivelasse una partecipazione forte dei sentimenti; come se la presenza dell’Uomo si fosse impressa nelle fibre stesse del legno svelando poi, nelle superfici rosse, il segno del Sacrificio, del Riscatto e della Speranza. Al centro del movimento plastico sono inseriti, in armonia con i moduli compositivi, due grandi formelle bronzee. Le loro superfici hanno impresse sul fronte della chiesa l’immagine dei quattro Evangelisti e sul fronte urbano l’iscrizione “Christus heri, odie, semper” simbolo del Giubileo. I quattro Evangelisti sono testimonianza e voce della Chiesa, una voce che diffonde il messaggio della “Vittima del mondo” che vittoriosa ha riscattato l’umanità. Ai piedi della Croce, “Albero nobile”, sgorgherà l’acqua che “laverà la terra, il mare ed il cielo”. Per realizzare quest’opera non ho cambiato i modi del mio fare scultura, anzi questi si sono prestati ancora una volta per dar forma e voce ad una nuova e forte esperienza.”

COMPOSIZIONE: La Croce è alta sei metri e cinquanta centimetri, è in legno lamellare di abete ritmato, nella parte superiore, da pieni e vuoti che, realizzati a sgorbia, si alternano secondo uno schema geometrico imperniato sul modulo del triangolo e del quadrato. Alle estremità, isolate con catramina, sono collocate lamine di rame affinchè le intemperie non aggrediscano le parti tronche del legno e al centro dell’incrocio dei bracci sono inserite due placche di bronzo che recano, sul fronte, i simboli dei quattro evangelisti e sul retro il logo commemorativo del Giubileo. L’intera struttura, sostenuta alla base da quattro corte vele bronzee con decorazioni geometriche che la sollevano leggermente da terra per evitare depositi di acqua piovana, è eretta su un basamento rialzato dal piano del sagrato da tre gradoni. Dal basamento era stato progettato che sgorgasse dell’acqua simbolo di purificazione e di nuova vita. La Croce completa un articolato percorso simbolico – religioso che, ideato e realizzato dallo scultore, comprende all’interno della chiesa un’acquasantiera in marmo posta su un alto basamento e un fonte Battesimale in marmo e pietra bicolore del Furlo con la base in legno Azobè.

BIOGRAFIA: Loreno Sguanci (Firenze 1931 – Pesaro 2011), frequenta l’Istituto d’Arte di Porta Romana diplomandosi al Magistero di scultura sotto la guida del Prof. Bruno Innocenti e nel 1952 si trasferisce a Pesaro per insegnare Discipline plastiche presso l’allora Istituto d’Arte F. Mengaroni. A Pesaro continua la sua ricerca artistica attraverso una serrata attività che muovendo da un’iniziale espressione figurativa lo porta ad indagare diversi materiali e nuovi linguaggi formali. Alla fine degli anni cinquanta i suoi rapporti con la critica e le gallerie si intensificano e nel 1962 è organizzata la prima mostra personale a Roma presso la galleria L’Obelisco di Gaspero Del Corso. Nel 1963 è invitato alla Biennale dei Giovani a Parigi e nel 1965 è presente alla Quadriennale d’Arte di Roma dove, nella sala personale a sua disposizione, espone una serie di opere di grandi dimensioni, in legno e in legno e rame, che si sviluppano secondo forme organicistiche. Invitato in numerosi paesi europei per rappresentare con le sue opere la scultura contemporanea italiana e chiamato a realizzare diversi monumenti nel nostro territorio, la sua ricerca prosegue nello studio di Pesaro e negli anni settanta affronta con rinnovato vigore lo studio del segno collegato alla creazione di sculture di grandi dimensioni che lo condurrà alla realizzazione di opere progettate per rapportarsi con la città come la “Grande Parete” in legno e colore di Volterra 73 e la “Porta a Mare” di Pesaro del 1976. Gli anni ottanta e novanta sono caratterizzati dalle grandi “Tavole dei segni” realizzate con un legno durissimo l’Azobè. Di questo periodo sono anche le sculture per lo spazio pubblico tra le quali possiamo ricordare i Poli-S-Pali del 1980 (i cui cinque elementi verticali alti sei metri, variamente modulati e colorati, possono essere trasportati e presentati seguendo diverse possibilità compositive a seconda degli eventi pubblici che si vogliono segnalare all’attenzione dei cittadini). Del 1992 sono invece il “Luogo della Memoria” e “Sorgente”, il “Luogo della memoria” è stato realizzato per uno spazio urbano riedificato nel quale già in precedenza esisteva una struttura industriale di vitale importanza economica e sociale per la città di Pesaro mentre “Sorgente” è una fontana piramidale che emerge dal terreno dello spazio urbano di Piazza I Maggio. Nel 1995 Loreno Sguanci viene invitato a Brufa per realizzare nel parco sculture, con un trave lamellare di rovere alto 10 metri, il “Grande segno”. Nel 2006 realizza, sempre per Pesaro; la monumentale “Falena” rossa e nera in acciaio corten e la “Fiocina di Nettuno” alta 11 metri per il Lido di Fano. Nel 2007 progetta ed esegue “l’angolo del poeta” per la piazza di Baia Flaminia a Pesaro. Impegnato nella ricerca artistica Loreno Sguanci ha saputo dare un importante contributo non solo alla cultura ma anche alla vita politica e sociale della città in cui ha scelto di lavorare svolgendo l’incarico di Assessore alla Cultura nel 1994, dando vita, assieme all’allora Sindaco Oriano Giovannelli, nel 1996, al Centro Arti Visive Pescheria di cui fu il primo Direttore e partecipando alla fondazione dell’Associazione Azobè onlus e al suo Centro di Sostegno alle Funzioni Educative Familiari “Baricentro”.

BIBLIOGRAFIA:
Documenti, articoli, testi audio e testi scritti di proprietà dell’Associazione Archivio Loreno Sguanci.
“Arte italiana contemporanea” Ed. La Ginestra.
“Arte contemporanea in Italia” Ed. Presenza.
Enciclopedia universale “Seda” Milano.
Cronovideografie - Pesaro tra provincia e mondo 1945 – 1980 Ed. Franco Cosimo Panini.

scheda a cura di professoressa Mariastella Sguanci


Loreno Sguanci, Falena, 2006, via Marino Mondaini


Loreno Sguanci, L’Angolo del Poeta, 2007, Piazza Europa


Mauro Staccioli, Omaggio all’Alba ( titolo originale) poi divenuto Segno Aperto, 2002, rotonda d’ingresso all’Autostrada A14 Pesaro Urbino


Giuliano Vangi, La scultura della Memoria, 2018, Piazza Toschi-Mosca

Rilevo delle criticità

  1. Molte delle opere presenti nel contesto urbano necessitano di interventi di recupero e/o restauro (le più urgenti: Colla, Bompadre, Sguanci / Poli s Pali, Falena, Porta a Mare) , altre di essere ricollocate ( Colla, Miniucchi).
  2. Non esiste alcuna descrizione e/o catalogazione delle opere o quantomeno un format unico di presentazione delle stesse, ne materiale di divulgazione culturale/turistico ad esse riferito.
  3. Nelle recenti ricostruzioni storiche legate a eventi espositivi, conferenze e pubblicazioni il ruolo della città di Pesaro negli eventi artistici degli anni ’70 non è menzionato, nonostante che, dopo le esposizioni di Volterra ‘73 e Gubbio ’74, Pesaro abbia concretamente realizzato nel ’76, a seguito di bando, un parco di sculture contemporanee che riflette appieno i principi ispiratori di quella rivoluzione artistica e socio-politica.
  4. Il valore storico artistico del patrimonio cittadino evidenziato non è noto ai più. Solo una ristretta cerchia di appassionati conosce gli autori che hanno realizzato le opere nella città di Pesaro, mentre le nuove generazioni hanno seguito sporadiche attività scolastiche dedicate all’argomento, ma solo in pochi istituti.

Archivio Loreno Sguanci: le nostre azioni

Con il Progetto Parco Scultura - Pesaro, L’Archivio Loreno Sguanci , assieme alle istituzioni e associazioni in rete ed in rapporto di collaborazione, realizzerà:

  1. eventi divulgativi e formativi, (Conferenze, Eventi con crediti formativi, mostre ecc.) a carattere culturale sul Parco Sculture di Pesaro e sugli autori del Parco Sculture.
  2. strumenti per il grande pubblico: canali social dedicati per la comunicazione; schede delle opere e degli autori del Parco Sculture di Pesaro; mappe per la localizzazione delle opere; pubblicazioni relative alle opere ed autori del Parco Sculture di Pesaro.
  3. Sito internet Le parole chiave per la costruzione di questo strumento sono: Accessibilità, Usabilità e Sostenibilità. Accessibilità è la capacità dei sistemi informatici , nei limiti delle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, , anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di particolari tecnologie o configurazioni particolari ( legge Stanca del 2004). Usabilità è la caratteristica del servizio di rispondere a criteri di facilità e semplicità d’uso, di efficienza, di rispondenza alle esigenze dell’utente, di gradevolezza e di soddisfazione nell’uso del prodotto. Ad esempio una caratteristica di usabilità dello strumento è la conformazione di un sito che permette in ogni momento di visualizzare dove l’utente si trova mentre fa le sue ricerche. Sostenibilità si riferisce agli strumenti accessori ,brochure digitali, libri digitali etc, direttamente scaricabili dal sito o da apposite piattaforme che producono informazione ma non carta stampata e laddove sia necessario stampare , ad esempio il materiale di informazione turistica presso gli uffici, l’uso della carta sarà limitato dal format del prodotto scelto (libri componibili). E’ chiaro che il sito da solo non innesca un processo di ampia comunicazione dell’oggetto “Parco Sculture di Pesaro” per cui nel tempo il sito verrà supportato da social quali FB, Instagram e Youtube e tradotto in lingua inglese per una navigabilità bilingue.
  4. azioni di rete volte al recupero e/o restauro delle opere del Parco Sculture di Pesaro.
A tal proposito evidenziamo che l’Archivio Loreno Sguanci nel 2019 ha coinvolto Alleanza 3.0 nel progetto di recupero dell’opera Memoria di Loreno Sguanci (via dei Fonditori). Recupero avvenuto nel 2020 ad opera della cooperativa T41, grazie anche all’appoggio dell’amministrazione comunale. Sottolineiamo inoltre che attualmente è in corso la schedatura delle opere del Parco Sculture ( anni ‘60/70) e che l’Archivio sta raccogliendo la documentazione fotografica delle opere collocate nel tessuto urbano. In ultimo segnaliamo che è in corso la definizione del primo evento divulgativo e formativo sulle opere degli anni ‘60/’70 grazie ad un rapporto di collaborazione con L’Ordine dei Progettisti e Architetti del Provincia di Pesaro ed Urbino e con l’Associazione Azobé Onlus.

All’Amministrazione Comunale chiediamo:

dopo aver preso visione del Progetto Parco Urbano Sculture - Pesaro e dopo aver rilevato l’utilità pubblica del progetto stesso,

  1. di stabilire un rapporto formale con L’Associazione Culturale Archivio Loreno Sguanci (Associazione Capofila della rete) che veda l’Archivio soggetto riconosciuto e accreditato nella realizzazione di eventi legati alla divulgazione culturale e turistica di quanto inerente il Parco Sculture di Pesaro e nella gestione degli strumenti posti in essere ( pagina FB, canale Youtube ecc.);
  2. di rendere possibile il rapporto (non oneroso) tra Archivio e chi già gestisce gli spazi museali cittadini e di radicare un suo rapporto con il CDA della Fondazione Pescheria - Centro per le Arti Visive;
  3. di inserire le iniziative elencate e future nella comunicazione sezione Cultura al 1° livello di esistenza della rete civica e nel 2° livello quello della programmazione di iniziative cittadine;
  4. di sostenerci nella diffusione e creazione di comunicati e conferenze stampa attraverso gli uffici comunali preposti e di produrre il materiale informativo e turistico sul Parco Sculture di Pesaro;
  5. di partecipare unitamente all’Archivio a bandi locali, regionali e nazionali per ricerca fondi destinati ad iniziative condivise;
  6. di operare attivamente ad implementare la rete di collaborazione e sostegno dei soggetti istituzionali e privati attiva per il Progetto Il Parco Urbano Scultura - Pesaro

Aderenze motivazionali

Le motivazioni relative all’adesione dell’Ordine degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori, della Provincia di Pesaro ed Urbino
Vai al sito web dell'ordine degli architetti della Provincia di Pesaro ed Urbino

L’Ordine degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori, della Provincia di Pesaro e Urbino accoglie l’invito ad aderire al Progetto Parco Urbano Scultura - Pesaro, in quanto nelle sue finalità di Ente pubblico che tutela la qualità dell’opera architettonica e urbana di cui l’arte monumentale è parte integrante. Sculture che si fanno elementi guida nella narrazione dello spazio urbano e nel progetto del paesaggio della città definendo percorrenze, generando appartenenza e riconoscibilità dei luoghi e delle comunità che la abitano. Come afferma Baudelaire queste ammettono “[…] intimità, spiritualità, colore, aspirazione verso l’infinito […]” e l’osservazione orienta il ritmo dei passi, lo sguardo e il fluire di significati che queste saranno in grado di ammettere per ciascun individuo.
La nostra Provincia annovera un ampio patrimonio dell’arte e di grandi maestri che in questa terra hanno origine e si sono formati. L’iniziativa è occasione di rendere accessibile questa ricchezza ed accrescere una sensibilità che possa fare rete, come conoscenza, e impulso a iniziative partecipative, favorendo una rinnovata stagione di valorizzazione e progettazione degli spazi pubblici, per un loro ritrovato ruolo sociale.

Le motivazioni relative all’adesione dell’Associazione Azobé Onlus
Vai al sito web di Azobè Onlus

L'unità didattica, prevista dal progetto Di-Versi è la poesia della vita, attiva per i bambini e gli adolescenti ospiti del Centro Baricentro, percorsi laboratoriali e di formazione ( questi ultimi anche per adolescenti delle classi superio ) rivolti a sanare situazioni problematiche individuali o famigliari e rende disponibili approfondimenti tematici strumenti didattici per i gruppi classe delle primarie di secondo grado. Ed anche se, nella ciclicità degli interventi, raggiunge un alto numero di fruitori necessita di essere rinforzata da un ciclo di eventi divulgativi capace di coinvolgere e portare in rapporto una fetta più ampia di cittadinanza proprio in considerazione del fatto che il riconoscimento del valore intrinseco della diversità individuale ed etnica poggia su solide fondamenta di formazione culturale e di trasformazione ambientale.

Le motivazioni relative all’adesione della Cooperativa sociale Tiquarantuno b
Vai al sito web di Tiquarantuno b

La cooperativa sociale Tiquarantuno B, accoglie l'invito ad aderire al Progetto Parco Urbano Scultura - Pesaro in quanto riteniamo ii progetto di grande valore per ii territorio, un arricchimento della nostra comunità, un patrimonio accessibile a tutti ed un elemento di grande valorizzazione degli spazi pubblici. La T41B e una realtà storica del terzo settore del nostro territorio, da piu di quarant'anni forniamo risposte di inclusione sociale e lavoro a decine di persone appartenenti alle categorie svantaggiate. Un contributo molto concreto che produce relazioni, solidarietà ma anche tanti servizi utili alla collettività, a vantaggio delle persone e dell'ambiente dove queste vivono. Da anni, tra le tante attività, gestiamo servizi alla comunità Pesarese, relazionandoci positivamente con i cittadini e gli enti che vi operano. La volontà di associarsi al Progetto e di iniziare una fattiva collaborazione e per noi un elemento di arricchimento e un passo coerente con la nostra storia. Possiamo mettere a disposizione del progetto la nostra esperienza, competenze ed attrezzature anche negli ambiti della comunicazione e divulgazione. lnoltre potremmo operare attivamente ad implementare la rete di collaborazione e sostegno del Progetto. lnfine, su mandato operativo dell'Associazione, potremmo collaborare nella cura e manutenzione delle opere del maestro coinvolgendo in tale iniziativa sia personale qualificato che le persone svantaggiate inserite al lavoro in cooperativa.

Le motivazioni relative all’adesione del Rotary Club Pesaro Rossini
Vai al sito web di Rotary club pesaro rossini

..A seguito degli accordi intercorsi, ho il piacere di comunicare il formale impegno del Rotary Club Pesaro Rossini a favore del progetto “Parco Urbano di Scultura” della città di Pesaro. Più specificamente, l’impegno del Club sarà rivolto a sostenere finanziariamente il restauro e la straordinaria manutenzione di una delle Opere del Parco Urbano, la scultura “Dove nasce l’Arcobaleno” di Giorgio Bompadre collocata a Pesaro, in via Mario Del Monaco, nel 1995.….” Giorgio De Rosa.

Le motivazioni relative all’adesione dell’Associazione Culturale Macula
Vai al sito web di Macula

L'associazione culturale Macula - Cultura Fotografica aderisce al Progetto Parco Urbano Scultura - Pesaro perché in piena sintonia con alcuni dei principi di fondo che ispirano la sua attività. Le iniziative organizzate da Macula negli ultimi 10 anni (le installazioni interattive che hanno coinvolto il pubblico di festival come Popsophia, il Festival della Saggistica, Zoe Microfestival; i laboratori didattici presso scuole e centri di aggregazione; i progetti Autobiografia di una città e Vorrei che fosse; le raccolte di fondi fotografici storici ecc.), infatti, hanno avuto come obiettivi primari la diffusione di una cultura dell'immagine presso il grande pubblico dei non addetti ai lavori, la partecipazione attiva dei cittadini ai processi di trasformazione della città e la ricostruzione di una memoria condivisa e di un senso di appartanenza collettiva. Gli interventi di Macula rispetto al progetto Parco Urbano Scultura si declinerebbero secondo due direttrici. Una più ampia e generale che vede la fotografia come strumento di ricognizione dello stato attuale e di riflessione sull'impatto fondamentale delle sculture inserite nel contesto urbano; un'altra che invece prevede un intervento di valorizzazione del progetto Memoria realizzato da Loreno Sguanci presso il centro commerciale Miralfiore nel 1992 in ricordo della ex fabbrica Montecatini che lì sorgeva. Nel 2020, infatti, in collaborazione con l'ISIA di Urbino e a partire dalle 400 fotografie d'epoca raccolte nel corso degli anni, Macula ha realizzato un catalogo e un sito dedicati a quello che fu uno dei più grandi complessi industriali della storia pesarese. Il progetto prevede nei prossimi mesi un nuovo allestimento site specific presso la Galleria dei Fonditori, durante il quale verrà recuperata anche la documentazione relativa all'intervento di Sguanci.

Le motivazioni relative all’adesione del B&B Dai Ventu
Vai al sito web di B&B Dai Ventu

Il B&B “Dai Ventu” per la particolare tipologia della struttura ricettiva , desidera costituirsi come punto di riferimento anche per la città che lo ospita. Le modalità che è stata scelta per il conseguimento dell’obbiettivo è quella di caratterizzare la struttura stessa con arredi e architetture interne che rimandino ad autori e protagonisti salienti della vita pesarese. Cinque stanze per cinque autori sono state studiate nei particolari e dedicate ad artisti che hanno rilanciato la ricerca nelle arti visive intesa nel suo ampio spettro di applicazioni. Il desiderio è quello di promuovere sensibilità e divulgazione sui temi delle arti, della grafica, della comunicazione, del design legati a Pesaro facendo riferimento alla nostra storia recente: gli anni 60,70 ed 80, e non dimeno caratterizzarci per il taglio di offerta turistico - culturale. Alla scelta degli arredi interni verrà pertanto abbinato un programma di eventi per approfondire il ruolo e le opere di autori – pesaresi e pesaresi di adozione – che hanno segnato anni particolarmente fertili nella cultura della città. Il turismo è un impegno ma il turismo di qualità respira della stessa vita della città: motivo per il quale ricerchiamo la collaborazione con le istituzioni culturali e gli istituti scolastici del territorio. Se l’ospitalità è la parte estroversa dell’attività del nostro B&B, atta a promuovere “nel mondo” la nostra identità, l’approfondimento e lo studio della nostra matrice culturale è quella introversa, rivolta alla città e alla sua gente, per depositare nella memoria collettiva, una storia che deve essere raccontata e tramandata.